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Domande & Risposte 15

Domanda 136: Qual è il suo parere sull’ordinazione delle donne nella Chiesa protestante? Un papa femmina è altresì possibile in futuro? (TR)

Risposta:
La risposta della Chiesa cattolica all’ordinazione delle donne è nella Lettera apostolica di Giovanni Paolo II sull’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini del 22 maggio 1994. Il papa qui scrive:

    1. L’ordinazione sacerdotale, mediante la quale si trasmette l’ufficio che Cristo ha affidato ai suoi Apostoli di insegnare, santificare e governare i fedeli, è stata nella Chiesa cattolica sin dall’inizio sempre esclusivamente riservata agli uomini. Tale tradizione è stata fedelmente mantenuta anche dalle Chiese Orientali… Ma poiché anche tra teologi ed in taluni ambienti cattolici la questione [dell’ordinazione delle donne] era stata posta in discussione, Paolo VI diede mandato alla Congregazione per la Dottrina della Fede di esporre ed illustrare in proposito la dottrina della Chiesa...

    2. La [risultante] Dichiarazione Inter Insigniores [del 15 ottobre 1976] riprende e spiega le ragioni fondamentali di tale dottrina, esposte da Paolo VI, concludendo che la Chiesa «non si riconosce l’autorità di ammettere le donne all’ordinazione sacerdotale»… Nella Lettera Apostolica Mulieris dignitatem, [del 15 agosto 1988] io stesso (dice Giovanni Paolo II) ho scritto a questo proposito: «Chiamando solo uomini come suoi apostoli, Cristo ha agito in un modo del tutto libero e sovrano. Ciò ha fatto con la stessa libertà con cui, in tutto il suo comportamento, ha messo in rilievo la dignità e la vocazione della donna, senza conformarsi al costume prevalente e alla tradizione sancita anche dalla legislazione del tempo.»

    Infatti i Vangeli e gli Atti degli Apostoli attestano che questa chiamata è stata fatta secondo l’eterno disegno di Dio: Cristo ha scelto quelli che egli ha voluto (cfr. Mc 3,13-14; Giovanni 6,70), e lo ha fatto in unione col Padre, «nello Spirito Santo» (Atti 1, 2), dopo aver passato la notte in preghiera (cfr. Luca 6, 12).

    Pertanto, nell’ammissione al sacerdozio ministeriale, la Chiesa ha sempre riconosciuto come norma perenne il modo di agire del suo Signore nella scelta dei dodici uomini che Egli ha posto a fondamento della sua Chiesa (cfr. Apocalisse 21, 14). Essi, in realtà, non hanno ricevuto solamente una funzione, che in seguito avrebbe potuto essere esercitata da qualunque membro della Chiesa, ma sono stati specialmente ed intimamente associati alla missione dello stesso Verbo incarnato (cfr. Matteo 10,1.7-8; 28,16-20; Marco 3, 13-16; 16, 14-15). Gli Apostoli hanno fatto lo stesso quando hanno scelto i collaboratori che sarebbero ad essi succeduti nel ministero. In tale scelta erano inclusi anche coloro che, attraverso i tempi della Chiesa, avrebbero proseguito la missione degli Apostoli di rappresentare Cristo Signore e Redentore.

    3. D’altronde, il fatto che Maria Santissima, Madre di Dio e della Chiesa, non abbia ricevuto la missione propria degli Apostoli né il sacerdozio ministeriale mostra chiaramente che la non ammissione delle donne all’ordinazione sacerdotale non può significare una loro minore dignità né una discriminazione nei loro confronti, ma l’osservanza fedele di un disegno da attribuire alla sapienza del Signore dell'universo.

    La presenza e il ruolo della donna nella vita e nella missione della Chiesa, pur non essendo legati al sacerdozio ministeriale, restano comunque assolutamente necessari e insostituibili. Come è stato rilevato dalla stessa Dichiarazione Inter Insigniores, «la Santa Madre Chiesa auspica che le donne cristiane prendano pienamente coscienza della grandezza della loro missione: il loro ruolo sarà oggigiorno determinante sia per il rinnovamento e l’umanizzazione della società, sia per la riscoperta, tra i credenti, del vero volto della Chiesa». Il Nuovo Testamento e tutta la storia della Chiesa mostrano ampiamente la presenza nella Chiesa di donne, vere discepole e testimoni di Cristo nella famiglia e nella professione civile, oltre che nella consacrazione totale al servizio di Dio e del Vangelo…

    D’altra parte è alla santità dei fedeli che è totalmente ordinata la struttura gerarchica della Chiesa. Perciò, ricorda la Dichiarazione Inter Insigniores, «il solo carisma superiore, che si può e si deve desiderare, è la carità (cfr. 1 Corinzi 12-13). I più grandi nel Regno dei cieli non sono i ministri, ma i santi».

Domanda 137: Se Gesù è così potente (cioè può compiere potenti miracoli) e ama tutti gli uomini, perché egli non ha salvato tutti gli uomini attraverso un miracolo? (TR)

Risposta:
La formulazione della domanda palesa che il lettore non ha evidentemente preso in sufficiente considerazione il fatto che Dio ha creato gli umani, soprattutto, come creature con un libero arbitrio. Questa è l’incommensurabile distinzione tra gli esseri umani e gli altri esseri creati. Solo una creatura con il libero arbitrio può realmente rispondere a Dio con amore. Dio potrebbe imporre ogni genere di cose con un miracolo potente, ma Dio ha creato l’uomo nella Sua saggezza – “creato a Sua propria immagine” - in modo che Egli non possa obbligare la risposta dell’umanità all’amore veramente e liberamente dato. Il dramma della storia di Dio con gli uomini è che fin dall’inizio Dio rispetta il libero arbitrio. Maria, la Madre di Gesù il Messia, è stata la prima persona, che, santificata da Gesù Cristo nella potenza dello Spirito Santo, ha risposto a Dio Padre con un amore completamente gratuito e totale attraverso il suo incondizionato Sì. Il suo Sì senza peccato è stato il frutto dell’obbedienza di suo Figlio, dell’obbedienza anche alla croce.

Domanda 138: Il Papa stesso creò il limbo in modo tale da poterlo semplicemente abrogare? Lei ha creduto nel limbo fino ad ora. Dopo che il Papa ha abolito il limbo, cosa è accaduto a coloro che erano lì? (TR)

Risposta:
Nella prima parte della nostra risposta, presentiamo l’insegnamento islamico e cristiano per quanto riguarda la realtà della parola turca Araf (= a‘raf arabo) che il lettore ha utilizzato. Nella seconda parte, chiediamo in che misura sia corretto dire che il Papa ha “abrogato” il limbo.

        
Islamico

La parola araba a’raf significa: la cima, l’elevazione. Al-A‘raf è il titolo della Sura 7. Qui significa: la cresta montuosa, le altezze e qui ciò allude a quel riferimento nella Sura 7, che descrive il comportamento delle persone che non dimorano né all’inferno, né in paradiso: 7,46-49: E tra i due vi sarà un velo e sull’A‘râf uomini che riconoscono tutti per i loro segni caratteristici. E grideranno ai compagni del Giardino: « Pace su di voi!», senza potervi entrare pur desiderandolo. Quando i loro sguardi si rivolgeranno ai compagni del Fuoco, diranno: « O Signor nostro, non metterci con il popolo degli ingiusti». E i compagni dell’A‘râf chiameranno gli uomini che riconosceranno per il loro aspetto, dicendo: « Le ricchezze e l’orgoglio non vi hanno giovato in nulla. Sono essi quelli che, giuravate, non sarebbero stati raggiunti dalla misericordia di Allah?».

Nell’esegesi dei commenti al Corano classico musulmano compilati nel Korankommentar (Gütersloh 1996), Vol. 7, pag. 74, A. Th. Khoury scrive:
“Ci sono varie opinioni sostenute dai commentatori musulmani per quanto riguarda il luogo descritto come la cresta montuosa e gli uomini che vivono lì.
         - La cima appartiene alle altezze del paradiso e gli uomini sono gli eletti che sono stati particolarmente benedetti.
         - Il luogo è la cresta montuosa al confine tra il paradiso e l’inferno, e gli uomini sono gli illustri tra i quali coloro che si sono abbandonati all’ubbidienza a Dio e che hanno ricevuto il Suo premio speciale. Più precisamente sono angeli o profeti o martiri. Dalla collina osservano quelli che sono stati salvati che entrano in paradiso e quelli che sono stati dannati che s’immergono nell’inferno. Essi devono attendere per la desiderata felicità in paradiso fino a, quando quelli che sono stati condannati e quelli che sono stati salvati hanno preso i loro ultimi posti. Poi entreranno in paradiso e occuperanno gli alti ranghi stabiliti per loro.
         -Gli altri (la maggioranza secondo Tafsir Al-Manar) ritengono che qui gli uomini sono nei più bassi ranghi dei salvati, o sono quelli di cui le buone e cattive azioni si equilibrano a vicenda, e che devono attendere fino a quando Dio nella Sua misericordia e grazia li porta in paradiso. O sono i malfattori tra i fedeli che Dio perdona una volta dopo che un certo periodo di tempo è trascorso e consente loro di entrare in paradiso.”

L’ultima di queste tre interpretazioni alternative ha condotto alla concezione di una “sosta intermedia” tra il paradiso e l’inferno. Per questo motivo al-A’raf venne a significare limbo. Questa credenza poi coincide con alcune esegesi di un altro termine del Corano barzakh (cfr. Sura 23,100). Barzakh significa ostacolo, barriera, e per alcuni commentatori significa una barriera fisica tra paradiso e inferno. Nelle interpretazioni escatologiche, il termine è talvolta inteso in modo simile al termine cristiano limbo. Ibn Hazm (morto nel 1064) insegna che i peccatori che sono credenti non rimangono per sempre all’inferno, ma sono lasciati entrare in paradiso, una volta che hanno espiato la loro punizione temporale. Questa concezione di un temporale inferno assomiglia alla concezione cristiana del purgatorio (cfr. art. Al-A‘raf in C. Glassé, The Concise Encyclopaedia of Islam, Londra, 1989).

        
Cristiano-cattolico

Il “Limbo” (latino per orlo, limite, bordo) è il luogo o la condizione dei morti che non sono in cielo, in inferno o in purgatorio. Il Limbus Patrum (il limbo dei padri) è il luogo o la condizione dei giusti che morirono prima di Cristo e che non poterono raggiungere la beatitudine celeste per la discesa di Cristo agli inferi e la Sua ascensione. Il Limbus puerorum, che ha acquisito rilevanza solo nella tradizione cristiana, è il luogo o la condizione dei minorenni o chi non fu in grado di utilizzare la loro ragione. Queste persone, anche dopo che il Vangelo fu sufficientemente diffuso, non ricevettero mai il sacramento del battesimo e quindi non furono integrate nella Chiesa. [Ciò che segue va detto riguardo a questo insegnamento:]
(a) La Sacra Scrittura non offre alcuna testimonianza sul Limbus puerorum. (b) Mentre la prima tradizione cristiana non dice nulla di esplicito riguardo la sorte dei non battezzati, il Limbus puerorum raggiunge una grande importanza nella difesa contro il pelagianesimo (cioè la dottrina condannata dalla Chiesa che gli uomini possano fare i primi e  decisivi passi per ottenere la salvezza attraverso i loro propri sforzi senza la grazia divina). Nel confutare la dottrina che, sebbene il battesimo fosse necessario per ottenere la beatitudine soprannaturale (il regno dei cieli), ma non, d’altra parte, per ottenere la beatitudine naturale (la vita eterna), Agostino sottolinea, invitando la testimonianza della Sacra Scrittura, che il battesimo è necessario per salvezza e la conseguente integrazione nella Chiesa è l’unica strada verso la salvezza. La Scrittura e la fede della Chiesa non dicono nulla sulla naturale beatitudine. Così i bambini non battezzati vanno all’inferno, anche se patiscono solo la punizione più mite. I teologi scolastici tentano di attenuare il rigore di Agostino con il postulare che per i non battezzati il limbo è l’ultima condizione nel senso della beatitudine naturale, che è differente dall’inferno (esclusi dal vedere Dio, ma niente agonie sensoriali). (c) Il Magistero non ha mai riconosciuto esplicitamente la dottrina del Limbus puerorum, anche se questa credenza non può essere riferita a un mito pelagico, secondo una sentenza di Pio VI (1794) (DS 2626). (d) Il Limbus puerorum non ha acquisito rilevanza nel dialogo ecumenico. (e) C’è disaccordo nella teologia cattolica contemporanea sulla dottrina del limbo. Alcuni teologi ritengono la dottrina come vincolante perché nella tradizione cattolica appare soprattutto in vari catechismi. Tuttavia, la maggior parte dei teologi contemporanei respinge il limbo, in primo luogo, perché è difficile da conciliare con la volontà di Dio per la salvezza universale e, in secondo luogo, perché entrambe, la Sacra Scrittura così come le sentenze medievali del Magistero, conoscono solo il cielo o l’inferno come ultimo luogo di riposo per la salvezza o di sciagura dopo una possibile catarsi nel purgatorio (Josef Finkenzeller, art. Limbus in: W. Beinert (ed.), Lexikon der katholischen Dogmatik (Friburgo, 1987), pag. 349 seg.).

        
2. Il Papa ha “abrogato” (abolito) il limbo?

La risposta alla domanda 1 rivela che né un Papa ha creato questa dottrina né un Papa l’ha abolita. E’ importante ricordare la “gerarchia delle verità” qui. Questa prevede che i singoli dogmi debbano essere intesi come una parte della dottrina cristiana e che questa dottrina ha strutture e accenti che danno alla fede un’obiettiva unità, che è spesso discussa e che giustifica anche una legittima pluralità della teologia. In ultima analisi, tutti gli argomenti della fede mostrano la rivelazione di Dio come compiuta per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo per salvare l’umanità. Pertanto, il nucleo della fede cristiana è la dottrina del Dio uno e trino insieme con la dottrina di Dio fatto uomo in Gesù Cristo, e la relativa dottrina della salvezza umana e la nuova creazione dell’umanità. Il principio della gerarchia delle verità insegna che una distinzione deve essere fatta tra il contenuto che è vincolante dal Vangelo e le tradizioni che sono legittime ma in genere non sono vincolanti. Inoltre, la dottrina cristiana della volontà di Dio per la salvezza universale deve essere qui fatta notare. Da questa la Chiesa comprende l’intenzione d’amore fondamentale di Dio di offrire la salvezza a tutti gli uomini. All’opposto sono le teorie della volontà per la salvezza di Dio limitata o particolare dove Dio ha predestinato solo una parte del genere umano per la salvezza. La Costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, Lumen gentium (n. 16), insegna che le persone che cercano Dio e vivono secondo la loro coscienza possono ottenere la salvezza.

Domanda 139: Sono profondamente impressionato dalla vostra home page! Galileo Galilei è stato riabilitato. Perché Giordano Bruno non è stato ancora riabilitato? (DE)

Risposta:
La nostra risposta è strettamente legata ai pertinenti passaggi del lavoro altamente considerato Toleranz und Gewalt. Das Christentum zwischen Bibel und Schwert (Münster, 2007) di Arnold Angenendt storico della Chiesa di Münster.

Le vittime più notevoli dell’Inquisizione romana sono in verità Giordano Bruno (morto nel 1600) e Galileo Galilei (morto nel 1642). Entrambi acquistarono “un’eccezionale importanza per la scienza e la moderna interpretazione del mondo” e divennero “proprio per questo motivo - perché furono condannati dall’Inquisizione - esempi di una Chiesa contraria al progresso”. Giordano Bruno, un domenicano a Napoli che successivamente viaggiò instancabilmente in Francia, Inghilterra e Germania, rappresentò la teologia di un universo illimitato, infinito e anche la pluralità dei mondi. L’Inquisizione romana lo accusò di identificare lo Spirito Santo con l’anima del mondo (Weltseele); di negare la Santissima Trinità,la transustanziazione, la verginità di Maria, i miracoli di Gesù; e in particolare per affermare l’infinito e la pluralità dei mondi… In realtà il suo concetto dell’infinito dei cosmi nel tempo e nello spazio rendeva l’evento cristiano della salvezza “senza luogo”. Il 17 gennaio fu bruciato nella piazza romana Campo dei Fiori (cfr. ibid. p 285).

La maggior parte degli scrittori che, negli ultimi anni, studiasse la storia dell’Inquisizione, ha concluso che i processi svolti dall’Inquisizione romana erano meno crudeli dei processi laici e delle condanne del periodo. William Monter afferma che le più importanti distinzioni furono tra i peccatori pentiti e impenitenti e, tra i peccatori accidentali e intenzionali, tra i criminali e i folli. A differenza dei più premoderni tribunali, gli inquisitori si fidavano meno della tortura come mezzo per stabilire la verità, ma più del controinterrogatorio, spesso con notevole finezza psicologica. “Sebbene fossero certamente in grado di raccomandare la condanna a morte per la violenza terrena..., tuttavia, per lo più prescrissero solo condanne di varia durata e intensità. In ultima analisi, il loro interesse fu piuttosto più a favore di una cultura dell’umiliazione che della violenza”.

Seguiamo la ricapitolazione critica di Angenendt Arnold dei casi di Galileo e Bruno, così come l’intera problematica dell’Inquisizione come un fenomeno della Chiesa cattolica:
“In ultima analisi, tuttavia, tali confronti non devono e non possono deviare dalla critica necessaria fondamentale dell’Inquisizione e, soprattutto, non devono essere usati per farla apparire meglio di quanto fosse. Poiché è proprio qui che la Chiesa cattolica vergognosamente rimosse lei stessa dal primo impegno cristiano la rinuncia alla violenza in materia religiosa. Tuttavia, il confronto con la giustizia laica è essenziale. Il mito dell’Inquisizione richiede che giustizia venga fatta comprendendo tutto il contesto storico e quindi è anche necessario comprendere i revisionisti con la loro sorpresa per i nuovi sviluppi: l’Inquisizione non fu lo scenario dell’orrore che è stato e, spesso è ancora, ritratto. E ciò nondimeno questa non è l’ultima parola: come poteva il cristianesimo, che voleva essere una religione d’amore e di dichiarata umanità, essere l’immagine di Dio, permettere che succedesse una cosa simile, o anche la causasse? La risposta deve essere duplice, in primo luogo storica e quindi teologica. Storicamente parlando, il cristianesimo istituito riuscì a rimanere fedele almeno alla traccia del comandamento del Nuovo Testamento “Ma non è così tra di voi (Mt 20,26): l’Inquisizione non fu ciò che è generalmente ritenuto essere. In realtà ebbe un maggior senso di giustizia e fu meno crudele di altre forme di giustizia. Sarebbe un pregiudizio storico non essere disposti a riconoscere questo. In ogni modo, la risposta teologica deve essere diversa. Come poteva accadere una cosa simile in una Chiesa che voleva impegnarsi alla non-violenza e che si considerava, e ancora si considera, come guidata dallo Spirito Santo, si vedeva e ancora si vede come governata dalla carica papale? La giustificazione di Giovanni Paolo II per il perdono durante l’anno santo 2000 non è sufficiente a spiegare questo [concernente questa giustificazione papale si veda la domanda e la risposta 41, qui sopra così come la Dichiarazione del Concilio Vaticano II, sulla libertà religiosa]. Vero, il Papa ha definito come inadeguato un tentativo di discolpare l’Inquisizione per il fatto che, rispetto ad altri tribunali del tempo, fu più moderata e più corretta nei suoi lavori. Tuttavia, non è anche il caso che il fatto storico delle esecuzioni inquisitorie debba essere riconciliato con il diritto pontificio-universale al comando?”(A. Angenendt, Toleranz und Gewalt, pagg. 293-94.)

Domanda 140. Alcuni sacerdoti credono che l’injil (il Vangelo o tutto il Nuovo Testamento) non sia completamente attendibile. Che cosa ne pensa? (TR)

Risposta:
L’apostolo Paolo scrive nella Prima Lettera ai Tessalonicesi: “parola di Dio, che opera in voi che credete” (2,13). E il Concilio Vaticano II afferma a proposito: “Nei libri sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell’anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale. Perciò si deve riferire per eccellenza alla sacra Scrittura ciò che è stato detto: ‘viva ed efficace è la parola di Dio’” (Ebrei 4,12) e “che ha il potere di edificare e dare l’eredità con tutti i santificati” (At 20,32; cfr. 1 Tessalonicesi 2,13). (Dei Verbum, 21)

Leggendo queste Scritture come il cuore della tradizione viva della comunità di fede, esse forniscono la direzione nel rispondere a numerose domande contemporanee: i diritti e le responsabilità della persona umana, il valore della vita umana dal concepimento alla morte, la necessità di proteggere e preservare la creazione, la ricerca di una giustizia permanente e di una pace duratura per tutti i popoli. Il Vangelo insegna in modo particolare il valore di ogni singola persona, l’amore con  cui ogni persona deve essere trattata, e la fiducia in Dio, di cui “eterna è la sua misericordia” (Salmi 136). Ai nostri giorni, la Sacra Scrittura è spesso fraintesa come se insidiasse o addirittura soffocasse la libertà e la crescita umana. In realtà la Scrittura è il percorso verso la verità, il percorso che conduce alla vera libertà (Giovanni 8,32). La Scrittura è spesso considerata come antiquata e irrilevante. Tuttavia, in realtà, essa contiene le parole di vita che hanno una pertinenza duratura. Sono sempre nuove e hanno il potere di cambiare e rinnovare le persone (Ebrei 4,12). Soprattutto, però, non troviamo parole morte nella Sacra Scrittura ma troviamo Cristo Stesso, la Parola eterna del Dio vivente (Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) nr. 108). Nella Sacra Scrittura Gesù, il Verbo fatto uomo, ci viene incontro, poiché l’intera Sacra Scrittura ci parla di Cristo (ibid. 134).

Domanda 141: Come sarà l’Ultimo Giorno? (TR)

Risposta:
Gli elementi essenziali riguardo la fede cristiana sull’ultimo giorno sono già stati trattati nella domanda e risposta 125. A questo, desidero aggiungere di seguito:

        
Come risusciteranno i morti?

La nostra lingua, le nostre parole si riferiscono a questo mondo e alla sua realtà. Ci mancano le parole per il mondo di Dio e la realtà di Dio. I primi cristiani già sperimentarono questo quando chiesero: Come risorgeranno i morti? Cosa ne sarà del corpo che sta marcendo nella tomba? I disabili sono ancora tali una volta che sono risorti? Un bambino che muore diventa adulto in cielo? Che cosa succede a tutti quelli che sono già morti nella speranza di Dio e nella fede in Gesù Cristo, e a quelli che devono ancora morire?

A tutte queste domande - e a molte altre - non abbiamo nessuna migliore risposta che guardare al Signore Gesù risorto, che è trasfigurato nella gloria e allo stesso tempo porta ancora le ferite della sua sofferenza come un segno del Suo grande amore per il quale Egli ci diede la Sua vita. La tomba vuota, i segni dei chiodi e la nuova e misteriosa epifania del Signore risorto ci permettono di dire che i morti risusciteranno con i loro corpi, che verranno trasformati perché sono glorificati, così come il chicco di grano che cade nel terreno, muore per produrre molto frutto (cfr. Giovanni 12,24).
“Che cosa significa « risuscitare »? Con la morte, separazione dell’anima e del corpo, il corpo dell'uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della risurrezione di Gesù.”(CCC, 997).

Alla luce di questo mistero che circonda la vita e l’amore che si appoggia “sul potere onnipotente di Dio”, dice san Paolo alla sua comunità di Corinto: “…Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Corinzi 2,9).

Quando partecipiamo all’Eucaristia, noi diamo al nostro corpo il corpo del nostro Signore come cibo. “...la nostra partecipazione all’Eucaristia ci fa già pregustare la trasfigurazione del nostro corpo per opera di Cristo” (CCC 1000). “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.” (Giovanni 6,54).

Nell’attesa di quel giorno, il corpo e l’anima del credente già partecipano alla dignità “di essere in Cristo”. Di qui l’esigenza di rispetto verso il proprio corpo, ma anche verso quello degli altri, particolarmente quando soffre (cfr. CCC 1004) “Il corpo è… per il Signore e il Signore è per il corpo. Dio poi che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?... Non appartenete a voi stessi... glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (1 Corinzi 6,13-15,19-20)!

        
Il cristianesimo e la morte

La morte fa paura alle persone - anche a quelli che confidano in Dio la morte significa congedo e separazione. Tutto ciò che compone la vita di una persona – i beni e le persone - deve essere lasciato alle spalle. Ognuno muore la propria morte e lo fa con le mani vuote.

Nessuno che sta morendo si deve vergognare della sua paura. Anche Gesù chiamò Suo padre sulla croce. Tutti possono chiamare Cristo quando si avvicina la loro ora. Proprio come il criminale che fu crocifisso con Gesù, ognuno può porre tutta la sua fiducia nel Salvatore, che risponde: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso.” (Luca 23,43). Con Gesù ogni persona morente può essere sicuro che il Dio misericordioso trasformerà tutta la paura in gioia e riempirà le mani vuote. “E per chi muore nella grazia di Cristo, è una partecipazione alla morte del Signore, per poter partecipare anche alla sua Risurrezione” (CCC 1006).

Noi cristiani crediamo che incontreremo Dio, quando moriremo. Gli occhi che sono stati chiusi nella morte si apriranno. Siamo di fronte a Dio: ciascuno di noi con la nostra storia, il nostro amore e i nostri peccati, con tutto ciò che ognuno ha fatto di buono e di cattivo: per amore del prossimo, ma anche a loro danno. Crediamo che questo incontro sia decisivo per la vita.

I profeti d’Israele e Gesù Stesso parlano di quest’esperienza come un giudizio. Gli occhi di Dio guardano a terra. Davanti a Lui, nulla può essere nascosto, nulla può essere mascherato. Egli, che è infinitamente giusto, sa che noi siamo deboli, e tiene conto di questo. Egli, che è infinitamente misericordioso, vede se noi ammettiamo tutto nella nostra debolezza e se attendiamo ogni cosa dalla Sua misericordia. Qui verrà dato il giudizio: ricompensa o punizione, beatitudine o perdizione, in seno ad Abramo o nel fuoco eterno, lauda o pianto e stridore di denti (cfr. Matteo 8,12), ballando al banchetto di nozze o bussando invano alle porte chiuse (Matteo 25,1-13). Queste sono le immagini che colpiscono un nervo scoperto. Esse sono rivolte a chi sono sulla via, di modo che possano convertirsi, cambiare la loro vita, e crescere forti nell’amore di Cristo: nella fede, nella speranza e nella carità.
“Al tuo popolo fedele, o Signore,
la vita viene trasformata,
non sottratta,
e quando la nostra carne mortale è abbandonata,
un’eterna dimora è pronta per noi in cielo.”
                                             (Prefazione alla Messa per i defunti)

La morte: segna la fine della vita terrena e l’inizio della vita eterna. L’anima si separa dal corpo deperibile. Essa incontra Dio nel giudizio individuale. L’ultimo giorno quando Gesù ritornerà in gloria, tutti i morti saranno risuscitati, le loro anime riunite con i loro corpi, il giusto con un corpo trasfigurato e glorificato, e il dannato con un corpo pieno di dolore e angoscia.

Il giudizio: Esiste una distinzione tra il giudizio individuale (il giudizio del singolo) e il Giudizio Universale. Il giudizio individuale avviene immediatamente dopo la morte. Questo decide su ciascun ingresso nella beatitudine del cielo o nella dannazione immediata ed eterna. Il giudizio dipende da quanto ogni persona ha cercato di seguire la volontà di Dio nella sua vita terrena e di credere in Gesù Cristo. Questa giudizio è definitivo. Il Giudizio Universale (il giudizio delle nazioni) viene dopo quello ed è collegato all’ultimo giorno quando Gesù ritornerà per rivelare pienamente il regno di Dio, il Suo regno. In questo giorno tutti i morti saranno risuscitati. Alla presenza di tutte le nazioni, che saranno riunite davanti a Cristo, ogni persona sarà giudicata con la sua anima e con il suo corpo (cfr. Matteo 25:32).

La sentenza: La sentenza verrà misurata sul libero arbitrio durante la vita di una persona sulla terra. Chiunque ha separato se stesso consapevolmente e liberamente da Dio, non ha posto tra gli eletti, il suo destino è tra i maledetti “nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli” (Matteo 25,41); ossia “l'inferno”. Per quelli che riconoscono Dio e Suo Figlio Gesù Cristo, ma che, alla loro morte, non sono ancora pienamente preparati o degni di incontrare Dio affrontano un tempo di purificazione, di attesa e di maturità. Questo è il “purgatorium” (purgatorio). Lì attendono nella speranza di entrare in piena comunione con Dio. Le preghiere dei fedeli li aiutano. Degli eletti, quelli che permisero all’amore di Cristo di saturarli mentre erano sulla terra e al Suo amore di convertirli, Cristo dice: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.”(Matteo 25,34). Essi vedono Dio come Egli è e saranno come Lui (cfr. 1 Giovanni 3,2), vivono eternamente in comunione con Lui. Essi sono in “cielo”.
(Questo testo, con alcune lievi modifiche, è tratto da: Ich glaube. Kleiner Katholischer Katechismus (Königstein im Taunus: Kirche in Not/Ostpriesterhilfe, 2004), pagg. 107-110.

Domanda 142: Qual è il significato della famiglia nel cristianesimo? (TR)

Risposta:
Come regola, un bambino nasce in una famiglia. I primi volti che un bambino esamina a fondo sono quelli di sua madre e di suo padre. Circondato dall’amore e la gioia dei suoi genitori, il bambino matura nel suo essere umano. Dai suoi genitori egli impara a camminare in posizione verticale. Egli sa che può contare sul loro amore. Una persona che non fa questa esperienza nella sua vita ha spesso problemi nel confidarsi agli altri, e nel credere nell’amore e nell’essere amato.
Solo amando gli altri, una persona diventa tutto ciò che essa è per Dio, che è l’amore stesso e che creò ogni persona a sua immagine come uomo e donna (Genesi 1,27). Quando un uomo e una donna s’incontrano e s’innamorano, non vogliono più vivere l’uno senza l’altro. Con il fidanzamento entrano nel tempo speciale di preparazione al matrimonio - una scuola di vita e di castità, un tempo di grazia nel corso del quale la coppia approfondisce i loro piani matrimoniali e i doveri che arrivano con il matrimonio. Nel sacramento del matrimonio la coppia liberamente e reciprocamente dà il loro consenso ad una fedeltà a vita. Il matrimonio avviene attraverso tale consenso. L’amore umano della coppia nuziale è ora trasformato internamente dall’amore di Dio in modo tale che essi si danno reciprocamente l’amore di Dio e si santifichino l’un l’altro (cfr. CCC 1639-1642). Tuttavia, poiché questo amore non è solo l’amore di due persone, ma comprende anche l’amore di Dio, la coppia nuziale fa questo voto in pubblico davanti a tutta la comunità della Chiesa (rappresentata dai testimoni) e davanti al sacerdote o al diacono. Egli rappresenta la Chiesa e suggella il matrimonio benedicendo la coppia. Attraverso la benedizione, la coppia riceve lo Spirito Santo come comunione di amore di Cristo e della Chiesa (cfr. CCC 1624).

Gesù stesso è cresciuto in una famiglia che è stata segnata in modo particolare dalla santità di Maria e di Giuseppe. Egli si rivela ai Suoi discepoli all’inizio della Sua vita pubblica compiendo il suo primo miracolo durante una festa nuziale (Giovanni 2,1-11). “La Chiesa attribuisce una grande importanza alla presenza di Gesù alle nozze di Cana. Vi riconosce la conferma della bontà del matrimonio e l’annuncio che ormai esso sarà un segno efficace della presenza di Cristo.”(CCC 1613). “Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Efesini 5,32). Il vincolo è suggellato dalla reciproca dedizione di sé della coppia: essi diventano “un solo corpo e un’anima” e, in tal modo trovano la loro realizzazione e la loro felicità.

E’ la natura dell’amore coniugale andare oltre l’unità fisica ed essere aperti alla fertilità. Una nuova vita può venire dal vincolo matrimoniale. L’uomo e la donna diventano padre e madre. Le loro vite si espandono. Ogni bambino è un dono di Dio, ma anche una missione. È per questo che è importante che i coniugi siano chiari davanti a Dio e alla loro coscienza riguardo al numero dei loro figli e alle possibilità di allevarli. Allo stesso modo ogni bambino ha il diritto di nascere in una famiglia fondata sul matrimonio. La contraccezione artificiale non è permessa. Tuttavia, una naturale pianificazione familiare può essere utilizzata.

“L’unità, l’indissolubilità e l’apertura alla fecondità sono essenziali al matrimonio. La poligamia è incompatibile con l’unità del matrimonio; il divorzio separa ciò che Dio ha unito; il rifiuto della fecondità priva la vita coniugale del suo « preziosissimo dono », il figlio.” (CCC 1664)

Il matrimonio è un legame per la vita. Gesù disse, “L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto” (Marco 10,9). Queste sono parole dure per molti perché non vi è alcuna garanzia che una relazione avrà successo: le persone possono commettere errori; il loro amore può diminuire di fronte alla malattia o in circostanze tremende. Può succedere che due persone che si amavano non abbiano più simpatia l’una per l’altra e non possano più parlare l’una con l’altra e diventare estranei. Di fatti, il sacramento del Matrimonio non deve essere solo un ricordo dei tempi felici, in quanto, in verità, è la fonte sempre accessibile di grazia che mai si asciuga e dura fino alla fine della vita. Da questo i coniugi possono rinnovare il loro reciproco amore, trovare la forza di perdonare, trovare aiuto nei momenti di prova e trovare la gioia nella fedeltà.

Tuttavia, vi sono matrimoni che falliscono, e i cristiani giustamente ritengono che anche in casi del genere non siano tenuti ad abbandonare l’amore di Dio o la Chiesa di Cristo. Tuttavia, essi non sono liberi di risposarsi(cfr. CCC 1649-1651).

Ciò nonostante, vi è la possibilità di verificare attraverso un processo di annullamento, se il matrimonio è stato veramente concluso secondo la comprensione cristiana del matrimonio.

I voti matrimoniali:
Io prendo te come mia sposa (sposo)
e prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia
e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Domanda 143: Qual è la comprensione cristiana della giustizia, dei diritti umani e della libertà? Il cristianesimo vuole questo per tutti gli uomini, cioè, comprendendo i non-cristiani? (TR)

Risposta:
Nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, la Chiesa ha dichiarato i principi eterni che costituiscono gli intrinseci punti cardine di questa dottrina. Si tratta del principio della dignità della persona umana sul quale si basa ogni altro principio e il contenuto della dottrina sociale. I principi della dottrina sociale costituiscono nella loro interezza ogni formulazione iniziale della verità per quanto riguarda la società che invoca e invita ciascuno e ogni coscienza ad agire in libertà e nella responsabilità congiunta con gli altri e per gli altri. Questi principi hanno un profondo significato morale, poiché trattano il fondamento ultimo per la vita sociale: il principio del bene comune, il principio della destinazione universale dei beni (inclusa l’opzione preferenziale per i poveri), così come i principi di sussidiarietà, la partecipazione e la solidarietà.

Oltre a questi principi, che devono costituire il fondamento di una società creata per il rispetto della dignità umana, la dottrina sociale della Chiesa indica anche dei valori fondamentali. Tutti i valori sociali riguardano la dignità della persona umana e richiedono il suo autentico sviluppo. Questo riguarda in primo luogo la verità, la libertà, la giustizia e l’amore. Il rispetto per l’autonomia legittima delle realtà terrene impedisce alla Chiesa di riservare per sé competenze specifiche di carattere tecnico e temporale. Tuttavia, ciò non le impedisce di intervenire e rendere chiaro in che misura tali valori sono confermati o abusati nelle varie decisioni che gli uomini prendono. (cfr. n. 197).

La verità: “Gli uomini sono tenuti in modo particolare a tendere di continuo alla verità, a rispettarla e ad attestarla responsabilmente. Vivere nella verità ha un significato speciale nei rapporti sociali: la convivenza fra gli esseri umani all’interno di una comunità, infatti, è ordinata, feconda e rispondente alla loro dignità di persone, quando si fonda sulla verità. Quanto più le persone e i gruppi sociali si sforzano di risolvere i problemi sociali secondo verità, tanto più si allontanano dall’arbitrio e si conformano alle esigenze obiettive della moralità...” (Compendium n.198).

La libertà: “La libertà è nell’uomo segno altissimo dell’immagine divina e, di conseguenza, segno della sublime dignità di ogni persona umana: « La libertà si esercita nei rapporti tra gli esseri umani. Ogni persona umana, creata ad immagine di Dio, ha il diritto naturale di essere riconosciuta come un essere libero e responsabile. Tutti hanno verso ciascuno il dovere di questo rispetto. Il diritto all’esercizio della libertà è un’esigenza inseparabile dalla dignità della persona umana ». Non si deve restringere il significato della libertà, considerandola in una prospettiva puramente individualistica e riducendola a esercizio arbitrario e incontrollato della propria personale autonomia: « Lungi dal compiersi in una totale autarchia dell’io e nell’assenza di relazioni, la libertà non esiste veramente se non là dove legami reciproci, regolati dalla verità e dalla giustizia, uniscono le persone ». La comprensione della libertà diventa profonda e ampia quando essa viene tutelata, anche a livello sociale, nella totalità delle sue dimensioni.” (ibid. 199).

“Il valore della libertà, in quanto espressione della singolarità di ogni persona umana, viene rispettato quando a ciascun membro della società è consentito di realizzare la propria personale vocazione; cercare la verità e professare le proprie idee religiose, culturali e politiche; esprimere le proprie opinioni; decidere il proprio stato di vita e, per quanto possibile, il proprio lavoro; assumere iniziative di carattere economico, sociale e politico. Ciò deve avvenire entro un « solido contesto giuridico », nei limiti del bene comune e dell’ordine pubblico e, in ogni caso, all’insegna della responsabilità. La libertà deve esplicarsi, d’altra parte, anche come capacità di rifiuto di ciò che è moralmente negativo, sotto qualunque forma si presenti, come capacità di effettivo distacco da tutto ciò che può ostacolare la crescita personale, familiare e sociale. La pienezza della libertà consiste nella capacità di disporre di sé in vista dell’autentico bene, entro l’orizzonte del bene comune universale” (ibid. 200).

La giustizia: “La giustizia è un valore, che si accompagna all’esercizio della corrispondente virtù morale cardinale. Secondo la sua più classica formulazione, « essa consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto ». Dal punto di vista soggettivo la giustizia si traduce nell’atteggiamento determinato dalla volontà di riconoscere l’altro come persona, mentre, dal punto di vista oggettivo, essa costituisce il criterio determinante della moralità nell’ambito inter-soggettivo e sociale. Il Magistero sociale richiama al rispetto delle forme classiche della giustizia: quella commutativa, quella distributiva, quella legale. Un rilievo sempre maggiore ha in esso acquisito la giustizia sociale, che rappresenta un vero e proprio sviluppo della giustizia generale, regolatrice dei rapporti sociali in base al criterio dell’osservanza della legge. La giustizia sociale, esigenza connessa alla questione sociale, che oggi si manifesta in una dimensione mondiale, concerne gli aspetti sociali, politici ed economici e, soprattutto, la dimensione strutturale dei problemi e delle correlative soluzioni” (ibid. 201).

La via della carità: “I valori della verità, della giustizia, della libertà nascono e si sviluppano dalla sorgente interiore della carità” (ibid. 205). “La carità presuppone e trascende la giustizia: quest’ultima « deve trovare il suo completamento nella carità ». Se la giustizia è « di per sé idonea ad “arbitrare” tra gli uomini nella reciproca ripartizione dei beni oggettivi secondo l’equa misura, l’amore invece, e soltanto l’amore (anche quell’amore benigno, che chiamiamo “misericordia”), è capace di restituire l’uomo a se stesso ».Non si possono regolare i rapporti umani unicamente con la misura della giustizia…” (ibid. 206).

Nessuna legislazione, nessun sistema di regole o di pattuizioni riusciranno a persuadere uomini e popoli a vivere nell’unità, nella fraternità e nella pace, nessuna argomentazione potrà superare l’appello della carità. Soltanto la carità, nella sua qualità di « forma virtutum », può animare e plasmare l’agire sociale in direzione della pace nel contesto di un mondo sempre più complesso. Affinché tutto ciò avvenga, occorre però che si provveda a mostrare la carità non solo come ispiratrice dell’azione individuale, ma anche come forza capace di suscitare nuove vie per affrontare i problemi del mondo d’oggi e per rinnovare profondamente dall’interno strutture, organizzazioni sociali, ordinamenti giuridici. In questa prospettiva la carità diventa carità sociale e politica: la carità sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente, ma anche nella dimensione sociale che le unisce. (ibid. 207). In questo senso si può dire: “La carità sociale e politica non si esaurisce nei rapporti tra le persone, ma si dispiega nella rete in cui tali rapporti si inseriscono, che è appunto la comunità sociale e politica, e su questa interviene, mirando al bene possibile per la comunità nel suo insieme…… È indubbiamente un atto di carità l’opera di misericordia con cui si risponde qui e ora ad un bisogno reale ed impellente del prossimo, ma è un atto di carità altrettanto indispensabile l’impegno finalizzato ad organizzare e strutturare la società in modo che il prossimo non abbia a trovarsi nella miseria, soprattutto quando questa diventa la situazione in cui si dibatte uno sterminato numero di persone e perfino interi popoli, situazione che assume, oggi, le proporzioni di una vera e propria questione sociale mondiale” (ibid. 208).

I diritti umani: “Il movimento verso l’identificazione e la proclamazione dei diritti dell’uomo è uno dei più rilevanti sforzi per rispondere efficacemente alle esigenze imprescindibili della dignità umana. La Chiesa coglie in tali diritti la straordinaria occasione che il nostro tempo offre affinché, mediante il loro affermarsi, la dignità umana sia più efficacemente riconosciuta e promossa universalmente quale caratteristica impressa da Dio Creatore sulla Sua creatura. Il Magistero della Chiesa non ha mancato di valutare positivamente la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, che Giovanni Paolo II ha definito « una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità »” (ibid. 152).

“La fonte ultima dei diritti umani non si situa nella mera volontà degli esseri umani, nella realtà dello Stato, nei poteri pubblici, ma nell’uomo stesso e in Dio suo Creatore. Tali diritti sono « universali, inviolabili, inalienabili ». Universali, perché sono presenti in tutti gli esseri umani, senza eccezione alcuna di tempo, di luogo e di soggetti. Inviolabili, in quanto « inerenti alla persona umana e alla sua dignità » e perché « sarebbe vano proclamare i diritti, se al tempo stesso non si compisse ogni sforzo affinché sia doverosamente assicurato il loro rispetto da parte di tutti, ovunque e nei confronti di chiunque ». Inalienabili, in quanto « nessuno può legittimamente privare di questi diritti un suo simile, chiunque egli sia, perché ciò significherebbe fare violenza alla sua natura »” ( ibid. 153).

Domanda 144. Qual è il suo parere sul dialogo interreligioso? (TR)

Risposta:
“Il dialogo interreligioso è un incontro tra persone di fedi diverse in un clima di libertà e di apertura. E’ il tentativo di ascoltare gli altri e di capire la loro religione - nella speranza di trovare una possibile cooperazione. Il dialogo è nato nella speranza che il partner condivida e ricambi questa premura. Dopo tutto, un vero dialogo non è una strada a senso unico, ma è reciproco e richiede, soprattutto, apertura e ascolto così come un contributo attivo.” Francis Arinze, Meeting Other Believers (1998), pag. 10.

L’ascolto è di capitale importanza per qualsiasi dialogo. Esso è anche il più difficile. Può avere successo solo se io stimo le altre persone, se io rispetto le loro convinzioni religiose, le preghiere, lo stile di vita e voglio capirle a un livello più profondo - e quando sono convinto che questo vale il mio tempo. La migliore “tecnica per creare fiducia” è spesso semplicemente la volontà di ascoltare, il tentativo di comprendere l’un l’altro e di chiedere quando qualcosa rimane poco chiaro. Il tentare di capire l’un l’altro nel dialogo sostituisce la comprensione dei testi in quanto la persona di fronte a me è viva e questo tiene conto di un processo vivace e imprevedibile di domande e risposte da sviluppare. Questo dialogo di domande e risposte permette di mettere in dubbio in modo critico ogni aspetto e di cercare di presentare le proprie convinzioni e la fede più chiaramente.

Un documento importante del Consiglio Pontificio per il Dialogo Interreligioso fa una distinzione tra i seguenti metodi e di livelli di dialogo:          
         - Il dialogo della vita          
         - Il dialogo dell’azione
         - Il dialogo dello scambio teologico
         - Il dialogo dell’esperienza spirituale.

Naturalmente, il dialogo interreligioso come parte della missione della Chiesa non assolve la Chiesa dal suo comandamento di annunciare il Vangelo a tutti i popoli. Un atteggiamento di rispetto e di riverenza verso le religioni non-cristiane è il requisito umano per una comunicazione costruita sulla fiducia. Da quando la Chiesa ha dichiarato formalmente durante il Concilio Vaticano II che non respinge “niente che è vero e santo nelle religioni” essa ha segnalato non solo la sua apertura al dialogo ma, allo stesso tempo, un apertura fedele a il sperimentare il trascendente come una base comune per il dialogo, che precede ogni riflessione e articolazione teologica sulla fede. Entrambi i momenti - il dialogo e la missione - sono indispensabili, elementi collegati e reciprocamente plasmati della missione della Chiesa.

Domanda 145: Nel Vangelo Gesù dice che lo Spirito Santo viene dal Padre, come dicono gli ortodossi. I cattolici dicono altro a questo proposito. Chi lo sa meglio: Gesù o il Papa? (TR)

Risposta:
Si faccia riferimento alla domanda e risposta 26 (in particolare gli ultimi tre paragrafi di questa risposta) in alto a pagina 2, in cui viene discussa questa questione.

Domanda 146: Cosa sono gli ordini cattolici? Quali di loro sono i più importanti? (TR)

Risposta:
Dal tempo del primo cristianesimo ci sono cristiani che vogliono vivere il Vangelo così intensamente come possibile e dedicarsi interamente a Dio. Questo ha dato origine agli ordini religiosi. Un ordine cattolico è una comunità religiosa, le cui regole sono state interamente esaminate e approvate dalla Chiesa. Esso è costituito da uomini (monaci, padri, fratelli) o da donne (monache, sorelle), che si affidano ai “consigli evangelici” al legittimo superiore dell’ordine in successione radicale a Cristo. In termini concreti questi consigli sono: la povertà, che è la rinuncia ai beni personali (comunanza dei beni), il celibato, che è la rinuncia al matrimonio e ai bambini (castità), l’obbedienza ai superiori religiosi. Queste persone sono conosciute con il termine latino religiosi (in francese: religieux; in inglese: religious, il corrispondente termine tedesco Religiosen non si è, tuttavia, saldamente affermato). La Chiesa inglese postconciliare preferisce il termine “consecrated life” (vita consacrata) e parla di “institutes of consecrated life” o semplicemente “religious institutes”. Questo consente alle forme religiose davvero diverse (monachesimo, ordini mendicanti, congregazioni, istituti secolari e eremiti) di essere denominate e trattate in modo uniforme. La dichiarazione fondamentale del Concilio Vaticano II nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa (Lumen gentium 43-47) è: la vita religiosa è “vita consacrata”. La consacrazione a Dio avviene con il prendere pubblicamente i voti, enunciati nei consigli evangelici di cui sopra, e con il vivere in un istituto riconosciuto di vita consacrata.

La dedizione della propria vita è il risultato di una speciale vocazione. Di conseguenza, la consacrazione è un atto divino e rispondendo alla vocazione ricevuta diventa un atto umano. Lo scopo è l’amore perfetto. L’origine e l’elemento strutturale costitutivo della spiritualità di ogni ordine religioso è la ricerca di Dio in comunione spirituale contrassegnata dall’ascetismo, dalla lettura della Sacra Scrittura e della sua esegesi, come pure dalla comune lode di Dio. In aggiunta ai Vangeli e all’esempio della comunità primitiva, la letteratura che è nata nello stesso ordine religioso - regole, lettere, trattati e così via - fornisce un orientamento spirituale. La spiritualità del singolo ordine si forma fortemente dalla personalità del suo fondatore e dallo storico “diritto o momento opportuno” (greco: “kairos”) della sua fondazione.

I più importanti ordini e gruppi di ordini nella Chiesa Cattolica di oggi includono:
Ordini contemplativi: benedettini, cistercensi, agostiniani, trappisti, cartusiani, ordini ospedalieri.
Ordini mendicanti: domenicani, francescani, carmelitani, eremiti di S. Agostino.
Congregazioni clericali: gesuiti, Fratelli delle Scuole Cristiane, passionisti, redentoristi.
Comunità sacerdotali senza pubblici voti: lazzaristi, sulpiziani, Padri Bianchi, pallottini, Società del Verbo Divino.
Istituti secolari.
Alcuni degli ordini religiosi maschili sopra citati hanno ordini e congregazioni religiose femminili, ad esempio, benedettine, trappiste, suore domenicane, suore francescane, suore vincenziane, Dame Inglesi e così via.

Nell’anno 2000, lo 0,12% dei membri della Chiesa Cattolica, che ha più di un milione di credenti, apparteneva a istituti religiosi cattolici nelle loro forme distinte e diverse. Di questi, il 75% apparteneva a ordini religiosi femminili. Il testo seguente è un esempio di un voto religioso:
“Io, Suor XXX, lodo Dio onnipotente davanti a tutti i fratelli e le sorelle riuniti qui oggi, di vivere per sempre in consacrata castità, povertà e obbedienza, secondo la Regola delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli di Hildesheim…Io stessa mi metto al servizio di questo ordine religioso per le sue opere apostoliche-caritative a servizio di Dio e della Chiesa con tutto il mio cuore. Santa Trinità, unico Dio, accettate i miei voti e rendetemi capace e disposta ad amarvi sempre più pienamente.”

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