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Domanda 181: Dio disse a Mosè: "Colui che vede deve morire". Se Gesù è Dio, perché le persone che lo hanno visto non sono morte? (TR)
Risposta: Questa domanda si riferisce prima di tutto al seguente brano del libro dell’Esodo (33,18-23): “Gli disse: «Mostrami la tua Gloria!». Rispose: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia». Soggiunse: «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo». Aggiunse il Signore: «Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: [quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere»
Vi è un tale abisso tra la santità di Dio e la indegnità del genere umano (Levitco 117,1 ss) che gli esseri umani avrebbe dovuto morire se avessero visto Dio (Esodo 19,21; Levitico 16,2, Numeri 4,20) o semplicemente lo avessero sentito (Esodo 20,19; Deuteronomio 5,24-26; 18,16). Pertanto, Mosè (Esodo 3,6), Elia (1 Re 19,13) e anche i Serafini (Isaia 6,2) coprono i loro volti davanti a Jahvè. Coloro che hanno conservato la propria vita dopo aver visto Dio sono sorpresi e mostrano gratitudine (Genesi 32,31; Deuteronomio 5,24) o sperimentano paura e tremore religioso (Giudici 6,22-23; 13,22; Isaia 6,5). E’ raro che Dio conceda tale grazia (Esodo 24,11), come egli la concede a Mosè ed al suo amico (Esodo 33,11; Numeri 12,7-8; Deuteronomio 34,10) e ad Elia (1 Re 19,11ss). Entrambi diventano testimoni della trasfigurazione di Cristo, la manifestazione di Dio (la teofania) della nuova alleanza (Matteo 17,3b), e saranno visti come i principali rappresentanti di una visione mistica di Dio (insieme con Paolo in 2 Corinzi 12,1ss). Nella nuova alleanza, la maestà di Dio è rivelata in Gesù (Giovanni 1,14; 11,40), ma nessuno ha visto il Padre se non il figlio Gesù (Giovanni 1,18; 6,46; 1Giovanni 4,12). Gli esseri umani si troveranno faccia a faccia con Dio solo nella felicità dei cieli (Matteo 5,8; 1Giovanni 3,2; 1Corinzi 13,12; 2Corinzi 4,4-6). I cristiani credenti possono riconoscere la gloria di Dio in Gesù, ma solo attraverso la potenza della fede che è data e abilitata dallo Spirito Santo. Durante il suo tempo sulla terra, la maestà divina di Gesù è stata nascosta nella sua natura umana. Perché Gesù Cristo, come l'inno nel secondo capitolo della lettera di Paolo ai Filippesi dice: "il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. (Filippesi 2,6-8)."
Domanda 182: Coloro che desiderano essere battezzati nella Chiesa cattolica romana devono trascorrere molto tempo a studiare il catechismo. Cos’è il catechismo? (TR)
Risposta: Il Catechismo della Chiesa Cattolica parla spesso del catecumenato, soprattutto in connessione con il battesimo degli adulti.
1247 Dalle origini della Chiesa, il Battesimo degli adulti è la situazione più normale là dove l'annunzio del Vangelo è ancora recente. Il catecumenato (preparazione al Battesimo) occupa in tal caso un posto importante. In quanto iniziazione alla fede e alla vita cristiana, esso deve disporre ad accogliere il dono di Dio nel Battesimo, nella Confermazione e nell'Eucaristia.
1248 Il catecumenato, o formazione dei catecumeni, ha lo scopo di permettere a questi ultimi, in risposta all'iniziativa divina e in unione con una comunità ecclesiale, di condurre a maturità la loro conversione e la loro fede. Si tratta di una formazione « alla vita cristiana » mediante la quale « i discepoli vengono in contatto con Cristo, loro Maestro. Perciò i catecumeni siano convenientemente iniziati al mistero della salvezza e alla pratica delle norme evangeliche, e mediante i riti sacri, da celebrare in tempi successivi, siano introdotti nella vita della fede, della liturgia e della carità del popolo di Dio ».
1249 I catecumeni « sono già uniti alla Chiesa, appartengono già alla famiglia del Cristo, e spesso vivono già una vita di fede, di speranza e di carità ». « La Madre Chiesa, come già suoi, li ricopre del suo amore e delle sue cure ».
Fede e Battesimo
1253 Il Battesimo è il sacramento della fede. La fede però ha bisogno della comunità dei credenti. È soltanto nella fede della Chiesa che ogni fedele può credere. La fede richiesta per il Battesimo non è una fede perfetta e matura, ma un inizio, che deve svilupparsi. Al catecumeno o al suo padrino viene domandato: « Che cosa chiedi alla Chiesa di Dio? ». Ed egli risponde: « La fede! ».
1254 In tutti i battezzati, bambini o adulti, la fede deve crescere dopo il Battesimo. Per questo ogni anno, nella Veglia pasquale, la Chiesa celebra la rinnovazione delle promesse battesimali. La preparazione al Battesimo conduce soltanto alla soglia della vita nuova. Il Battesimo è la sorgente della vita nuova in Cristo, dalla quale fluisce l'intera vita cristiana.
1255 Perché la grazia battesimale possa svilupparsi è importante l'aiuto dei genitori. Questo è pure il ruolo del padrino o della madrina, che devono essere credenti solidi, capaci e pronti a sostenere nel cammino della vita cristiana il neo-battezzato, bambino o adulto. Il loro compito è una vera funzione ecclesiale (« officium »).51 L'intera comunità ecclesiale ha una parte di responsabilità nello sviluppo e nella conservazione della grazia ricevuta nel Battesimo.
Alcuni paesi hanno seguito la prassi della Chiesa antica ed hanno adottato un periodo di introduzione di tre anni, il catecumenato, in cui i laici cristiani ("padrini") svolgono un ruolo centrale aiutando il candidato battesimale a scoprire come la vita quotidiana si espande con l'orizzonte della speranza. Durante questo periodo, i catecumeni già partecipano alla liturgia della Parola, fino a quando, nel terzo anno, sono battezzati durante il Servizio successivo alla veglia pasquale di Pasqua e sono ammessi all’Eucaristia. Solo dopo questa esperienza, vale a dire durante la prima settimana di Pasqua, il Vescovo interpreta per loro i misteri centrali della fede, vale a dire il Battesimo e la Confermazione. Ciò riflette la profondità della catechesi cristiana: non è l'insegnamento delle verità “religiose” sotto forma di unità di conoscenza, ma piuttosto l'apertura del mistero di Dio al centro più profondo della nostra esistenza (Karl Rahner), e l'invito a comprendere la nostra vita personale come vocazione alla luce della storia di Dio con l'umanità " (in Zerfass Rolf W. & J. Fürst Werbick (Hg), Katholische Glaubensfibel. Friburgo, Herder, 2004, p. 183).
Domanda 183: Come sono il Paradiso e l’Inferno dei Cristiani? (TR)
Risposta: Per rispondere a questa domanda, abbiamo bisogno di ampliare un po’ e prendere in considerazione le parole di un importante teologo cattolico dei nostri giorni che parlano di morti, vita eterna, e quindi anche di Paradiso (il Cielo) e Inferno.
Molti dei nostri contemporanei, perfino cristiani battezzati, lottano con l'ultima frase del Credo, come in effetti, fecero le genti di Atene, al tempo di san Paolo (Atti 17,32).
Presumibilmente questo è radicato nelle immagini apparentemente mitologiche che il Nuovo Testamento ha ripreso dalla prima tradizione apocalittica ebraica, e che sono state poi trasmesse nel corso dei secoli attraverso la predicazione della Chiesa e attraverso l'arte cristiana: che nell'ultimo giorno del nostro tempo, con la seconda visibile venuta del nostro Signore sulla terra, le tombe saranno aperte e i corpi di tutti i defunti verranno di nuovo alla vita, in modo che tutte le persone potranno quindi raccogliersi davanti a Cristo, il giudice, per l'ultimo giudizio.
Oggi molti credenti e la maggioranza dei teologi sono convinti che possiamo immaginare la risurrezione dei morti in maniera diversa rispetto a queste immagini fortemente terrene, senza dover abbandonare il contenuto obbligante della nostra fede. E quindi oggi, si pone molto più l'accento sull’unità di corpo e di anima, anche per quanto riguarda il completamento della vita con Dio. Ciò significa: noi crediamo che dopo la morte tutti gli esseri umani si trovino faccia a faccia con l'amore di Dio nella forma del Cristo risorto, con "corpo e anima", con tutta la loro umanità e tutta la loro intensa storia di vita, con tutto ciò che hanno vissuto e sofferto, fatto e non fatto. Come nell'Eucaristia, in cui si riceve il "corpo di Cristo" (cioè il Cristo risorto!), il termine corpo si riferisce non all’organismo biologico del nostro corpo (con pelle, carne e ossa), ma a quello che S. Paolo chiama il "corpo spirituale" della risurrezione (1Cor 15,44), vale a dire l'intero corpo penetrato e trasformato dallo Spirito Santo, datore della vita. In esso rimane "immagazzinato" tutto ciò che riguarda la nostra vita terrena, la nostra fisicità transitoria e le sue esperienze di felicità, di amore e di gioia, importante per la salvezza degli esseri umani in Dio. Questa risurrezione del corpo non è in contrasto con l’"immortalità dell'anima", poiché il significato biblico della parola anima sottolinea l’apertura degli esseri umani a Dio ed il fatto che possano entrare in un rapporto personale di amore e di amicizia con Dio, al di là della loro connessione fisica con la terra e la creazione. Dal punto di vista di Dio, questo amore e questa amicizia non finiscono mai e sono quindi "immortali". La resurrezione dei morti descrive quindi la salvezza di ogni persona e dell'intero essere umano.
Per gli esseri umani, la morte rappresenta la fine definitiva della vita sulla terra, vissuta attraverso varie fasi nel tempo e nello spazio. La "vita eterna" dopo la morte, pertanto, non corre semplicemente in modo eterno e parallelo al nostro tempo e solo su un piano "celeste" più elevato ed invisibile. Piuttosto, nella morte, la nostra vita vissuta sulla terra raggiunge la sua forma definitiva con Dio. Ma questo non deve essere frainteso nel senso che Dio abbia codificato quindi il "risultato" della nostra vita in eterno. Piuttosto, la forma definitiva significa che portiamo il "frutto" della nostra vita a Dio. Egli lo accetta, lo conserva, lo purifica e lo perfeziona nella conversazione infinita di amore tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo. Alla luce di questo amore, il frutto della nostra vita può raggiungere la sua pienezza e raggiunge quella forma che Dio ha pianificato per ciascuno di noi proprio al principio della nostra vita. Una volta che tutti gli esseri umani avranno sofferto la loro morte e avranno consegnato i frutti della loro vita a Dio, allora Cristo "ritornerà" per ognuno di loro. Allora sarà stato raggiunto l’ultimo giorno della storia. Come tutta la creazione, questo ultimo giorno non è una data certa di calendario del nostro tempo, e quindi non può essere calcolato in anticipo.
In questo arrivo finale ed aperto, faccia a faccia con l'amore di Dio, noi capiremo la verità delle nostre vite, in modo chiaro e senza essere in grado di cancellarla. L'enorme differenza tra le nostre vite e l'amore di Dio, per noi, diventerà evidente. Il Suo amore avrà la forma di un "amore che giudica" (= giudizio), che spera di portarci al riconoscimento della verità, all'accettazione del nostro peccato e al pentimento. Se quindi accettiamo l’infallibilità di Dio, vero, misericordioso ed infinito sguardo sulle nostre vite, il Suo amore potrà purificare il nostro più profondo intimo. Allora potremo veramente accogliere il perdono di Dio e permettere che esso ci trasformi, divenendo così realmente idonei per il Paradiso. La tradizione chiama questo purgatorio (purificazione), e rappresenta i "cancelli" del "Paradiso".
Il Paradiso viene definito come l’esistenza beata dell’umanità nell'unità con la Trinità di Dio, ma anche con il corpo di Cristo, che riunirà tutte le persone della terra che credono, sperano ed amano; ed, infine, anche l'intera creazione, che è amata da Dio in tutta l'eternità, che insieme con noi ancora soffre "i dolori della nascita”, ma che deve “essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio" (Romani 8,21 ss).
E l’"inferno"? A differenza del paradiso, Dio non assegna le persone all’'inferno (come punizione). Di se stesso Dio comunica solo se stesso, ma soltanto come amore che non desidera nulla se non la salvezza per ciascuno. Tuttavia, agli esseri umani è stata data l'assoluta libertà di dire "no" alla misericordia di Dio, per quanto improbabile una simile scelta possa apparire. Ad esempio, quando una persona è così innamorata di ciò che ha realizzato da non accettare la salvezza di Dio come pura grazia, ma piuttosto la richiedono come dovuta. Un tale atteggiamento definitivo si può immaginare soltanto come una negatività tale che nega la vita e tutti rapporti umani, come un egocentrismo che s’ impone assolutamente. Si può e deve sperare che non ci sia nessuno per il quale questa sia l'ultima parola su se stessi e sulle loro vite. Ma non possiamo escludere la possibilità con assoluta certezza. Perché la connessione definitiva tra la misericordia infinita di Dio e la libertà infinita dell’umanità rimane per noi un segreto. Finché siamo ancora sulla nostra strada, esse fanno parte del mistero di fede e di speranza ". (Medard Kehl SJ in: W. & J. Fürst Werbick (Hg.), Katholische Glaubensfibel. Friburgo, Herder, 2004, p. 87 ss)
Domanda 184: Come valuta le azioni del Vaticano durante la Seconda Guerra Mondiale? Il Vaticano era forse d’accordo con lo sterminio degli ebrei? (TR)
Risposta: A differenza di Benedetto XV, che era stato fortemente criticato per i suoi richiami alla pace durante la Prima Guerra Mondiale, Pio XII fu applaudito per la sua posizione durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) da quasi tutti, anche durante la sua vita. Nel 1963, tuttavia, un giovane scrittore tedesco, Ralf Hochhut, scrisse un’opera, "Il Vicario", che divenne rapidamente famosa, in cui egli accusa Pio XII di non aver pubblicamente denunciato lo sterminio di Ebrei da parte dei nazisti. Ne seguirono aspre polemiche. Papa Pio XII mancava di coraggio? Era un simpatizzante nazista? Non era stato informato su ciò che stava accadendo? L'aspetto positivo della controversia di Hochhut fu che si tradusse nella pubblicazione di documenti d'archivio, che dettero un po’ di luce sull’argomento. Come diplomatico e Segretario di Stato (1929 Cardinale; 1930 Segretario di Stato; 1939 Papa), Pio XII era estremamente ben informato sugli sviluppi in Germania. Nel 1933 egli firmò il Concordato con Hitler, e nel 1937 svolse un ruolo attivo nella scrittura dell’enciclica "Con Viva Ansia". Sebbene non avesse alcuna simpatia per i nazisti, egli preferì un intervento diplomatico discreto in luogo di dichiarazioni solenni.
Nel corso degli anni 1939-1940, Papa Pio XII cercò fortemente di evitare una escalation della guerra, quindi chiese a Mussolini di rimanere fuori dal conflitto ed invitò le potenze europee a risolvere i loro problemi attraverso negoziati. Durante tutta la guerra, egli sottolineò più volte in un gran numero di discorsi e messaggi di Natale, per quanto soltanto in senso generale, l'inutilità della guerra, i vantaggi dei negoziati e di una pace giusta. Egli istituì un ufficio per le informazioni, gestito da Mons. Montini (che divenne più tardi Paolo VI, 1963-78). Questo ufficio pubblicò notizie sui prigionieri di guerra e sui dispersi. Ebrei ed altri in pericolo furono segretamente nascosti negli edifici pontifici e nei monasteri. Negli anni 1943/44, quando l'Italia divenne teatro di guerra, Pio XII cercò di proteggere Roma, esercitando pressioni sul re italiano per rimuovere Mussolini, e protestando contro i bombardamenti. Come Papa Benedetto XV (periodo di carica: 1914-1922), Pio XII volle rimanere neutrale e al di sopra delle controversie. Non era il Bolscevismo pericoloso quanto il Nazionalsocialismo, se non di più?
Mentre le informazioni sulle deportazioni e sullo sterminio degli ebrei non erano completamente assenti, e raggiunsero presto il Vaticano, questa informazione è stata spesso vaga. La "follia" delle informazioni, che superava l’immaginabile, ebbe l'effetto di non farle ritenere affidabili. Nella primavera del 1943, Pio XII fu pienamente informato su ciò che era accaduto nella sfera di influenza di Hitler per quanto riguarda lo sterminio degli ebrei. Inizialmente fu dominato dal sentimento di essere completamente impotente. In due discorsi pubblici, egli si riferì al genocidio, nel suo messaggio di Natale del 1942 e in un discorso ai Cardinali della Curia il 2 giugno 1943. Le allusioni furono mantenute ad un livello molto generale, e né gli ebrei né i tedeschi furono mai chiamati per nome. Pio XII parlò delle sue preoccupazioni sui suoi interventi che avrebbero potuto causare difficoltà a coloro che stava cercando di proteggere. D'altro canto, egli permise ai Vescovi di essere i giudici delle proprie iniziative ed azioni. I risultati furono duplici. Alcune proteste portarono un aumento della repressione e della violenza da parte dei tedeschi. Ma d’altro canto, l'intervento diplomatico mostrò alcuni effetti in Slovacchia, Croazia e Ungheria, dove le deportazioni di ebrei cessarono per un certo periodo di tempo. In Italia, il Papa rimase in silenzio sull’arresto degli Ebrei il 16 ottobre 1943, ma il suo discreto intervento impedì ulteriori eventi di questo tipo.
Il Papa quindi disse il meno possibile e si concentrò deliberatamente sui processi diplomatici. Dopo la guerra, ci furono molti che avrebbero preferito una posizione più profetica del Papa. Nel 1964, l'arcivescovo di Monaco di Baviera, il Cardinale Julius Döpfner, dichiarò: "Con il senno di poi, sarebbe giusto valutare storicamente che Pio XII avrebbe dovuto protestare in modo più udibile. Sia come sia, in ogni caso non siamo in diritto, né abbiamo motivo, di mettere in dubbio l'assoluta sincerità delle intenzioni, l'autenticità del pensiero più profondo e la considerazione mostrate da Pio XII." (Cfr J. Comby con D. MacCulloch, How to Read the History of the Church, vol. 2 [Dalla Riforma ai giorni nostri]. Londra, SCM Press, 1989, S. 213-215).
Domanda 185: La genealogia di Cristo presenta differenze in due dei vangeli. Quale è quella corretta? (TR)
Risposta: La domanda si riferisce alle due diverse descrizioni della genealogia di Gesù in Mt 1,1-17 e Lc 3,23-38. La genealogia del vangelo di Matteo è limitata agli antenati israelitici di Gesù, sebbene nei versetti 3,5,6 del capitolo 1 venga evidenziata anche una influenza non israelitica dalla parte delle donne. Questo nasce dall’intenzione di collegare Gesù con i due principali latori delle promesse messianiche, Abramo e Davide e la linea di Davide (2 Sam 7,1; Is 7,14ss). La genealogia in Luca risale fino ad Adamo, il capostipite di tutta l'umanità, e quindi acquista un carattere molto più universale di quella di Matteo. Come discendente di Adamo, e come Adamo senza un padre terreno (Lc 1,35), Gesù istituisce un nuovo genere umano; forse Luca sta pensando ad un nuovo Adamo (cfr Rm 5,12ss). Da Davide a Giuseppe soltanto due nomi figurano in entrambi gli elenchi. La discrepanza può essere spiegata dal fatto che la stirpe giuridica (legge del levirato, Dt 25,5) è pari alla stirpe naturale. In Matteo, il carattere sistematico della genealogia è sottolineato dalla divisione degli antenati di Gesù in tre serie 7+7 generazioni; ciò obbliga a omettere tre re fra Ioram e Ozia, e a contare Ieconia (vv 11-12) per due (dato cho lo stesso nome greco può tradurre i due nomi ebraici affini di Ioiakim e Ioichin). Entrambi gli elenchi terminano con Giuseppe, che è solo il padre legale di Gesù. A quei tempi, il solo legame di parentela (con adozione, levirato, ecc) conferiva diritti ereditari, in questo caso quelli di famiglia messianica. Ciò non esclude la possibilità che Maria, anch’ella, appartenga a questa linea, ma ciò non viene menzionato dagli evangelisti.
Domanda 186: Quanti tipi di cattolici esistono? Ci sono i cattolici romani, i greco-cattolici, ecc. Quali di questi sono i veri cattolici? (TR) Risposta: Questa è una domanda che va trattata in due parti. Da un lato, la domanda "che cosa significa la parola cattolico", dall'altro "qual è la differenza tra i cattolici romani, i cattolici greci, ecc". La parola deriva dal greco ????????? e significa "generale" o "universale". Nella letteratura cristiana essa appare per la prima volta in Ignazio di Antiochia. Nel corso del tempo ha acquisito diversi significati nella terminologia cristiana: (1) L'appartenenza alla Chiesa universale rispetto alle comunità cristiane locali. E’ quindi usato per descrivere la fede dell’intera Chiesa, vale a dire gli insegnamenti che, in base a Vincenzo di Lérins, "è stato creduto dappertutto, sempre e da tutti". (2) Nel senso di "ortodossa" in contrapposizione ad "eretica" o (più tardi) di "scismatica". (3) Gli storici lo usano nel senso di "appartenenza alla chiesa unificata” precedente allo scisma finale tra Oriente e Occidente nel 1054. Da quel tempo la chiesa occidentale si riferisce a se stessa come "Cattolica". (4) A partire dalla riforma, i Cattolici Romani hanno usato il termine sempre più esclusivamente in riferimento a se stessi. Anglicani e vecchi Cattolici lo hanno anche utilizzato per descrivere se stessi, come anche i Cattolici Romani ed i Cattolici d’Oriente, nella convinzione che queste comunità rappresentino insieme la Chiesa indivisa dei primi secoli. (5) Il termine è generalmente utilizzato oggi per descrivere i cristiani che affermano di essere in una continua storica tradizione di fede e di pratica, in opposizione ai Protestanti, che individuano l’autorità suprema nella Bibbia ed interpretano la Bibbia stessa secondo i principi della Riforma del XVI secolo.
D'altro canto, la parola Cattolico, se usato in congiunzione con i termini greco, copto, siriano, ecc. si riferisce alle chiese della cristianità orientale, che sono in comunione con Roma, e che conservano le loro rispettive lingue, i riti e il loro diritto canonico (che è stato concordato con Roma). Queste chiese distribuiscono l'Eucaristia in entrambe le forme, battezzano in immersione completa e consentono i matrimoni del clero (con l'eccezione dei vescovi). Il termine "Uniati", che viene utilizzato per queste chiese, è stato coniato per la prima volta da coloro che si opposero all’Unione di Brest-Litovsk nel 1595. I principali gruppi descritti in questo modo sono i Maroniti (uniti nel 1182), i Siro-cattolici sotto il Patriarca di Antiochia e di Malankara (1930), che appartengono tutti al rito siro-Antiocheno; gli Armeni sotto il Patriarca di Cilicia (uniti tra il 1198 – 1291 e nel 1741); i Caldei (1551 e 1830) e i Siro-Malabaresi (prima del 1599), che appartengono entrambi al rito Caldeo; i Copti (1741) e gli Etiopi (1839), entrambi appartenenti al rito Alessandrino. Appartengono al rito Bizantino, i Ruteni (1595), la chiesa greco-cattolica Ungherese (1595), la chiesa greco-cattolica Slovacca (1611), i Carpato-Rumeni (1646), i Rumeni (1601), i Melchiti (1724), ed alcuni bulgari (1860) e greci (1860). Il gruppo più grande di Uniati è costituito dalla chiesa greco-cattolica Ucraina. Il termine “uniate” è usato anche per la comunità italo-greco-albanese del Sud Italia, che segue un rito simile, sebbene non siano mai stati separati da Roma. Nel 1946 la chiesa greco-cattolica Ucraina fu perseguitata, e nel 1948 anche la chiesa in Romania. I fedeli di entrambe le comunità sono stati costretti a diventare rispettivamente parte della Chiesa Ortodossa Russa e della Chiesa Ortodossa Rumena. Il numero totale degli Uniati è circa 13 milioni.
Domanda 187: Quante volte è venuto lo Spirito Santo? Dapprima, quando Gesù lo ha effuso dopo la sua risurrezione, e poi, successivamente, negli Atti degli apostoli, lo Spirito Santo viene nuovamente. (TR)
Risposta: Le notizie bibliche sulla "venuta" dello Spirito Santo devono essere interpretate nel quadro della fede nella "presenza" e nell’"agire" dello Spirito Santo nella vita dei cristiani. Le Sacre Scritture considerano lo Spirito Santo come "il potere creativo di tutta la vita": egli porta la vita a tutte le cose, mantiene tutto insieme e guida tutto verso il traguardo della salvezza escatologica. Egli è attivo soprattutto in Gesù Cristo: nel suo concepimento, nel suo battesimo, nel suo ministero pubblico, nella sua morte e nella sua risurrezione. Nella morte, risurrezione e glorificazione, ha portato l'inizio di una nuova creazione, che un giorno raggiungerà il suo completamento nella trasfigurazione di tutto ciò che è. Così, Gesù è il Cristo, cioè colui che è unto dallo Spirito Santo. Secondo il Vangelo di San Luca, Gesù applica la promessa del profeta a se stesso: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione” (Lc 4,18; cfr. At 10,38; Gv 1,32). La nostra redenzione e la nostra salvezza consistono nella nostra partecipazione nello Spirito che ci ricolma di Gesù Cristo. Noi siamo cristiani, cioè consacrati mediante la partecipazione all’unzione di Cristo con lo Spirito Santo.
Questa partecipazione in Gesù Cristo è un dono dello Spirito Santo stesso. Perché lo Spirito è stato inviato a realizzare sempre più e continuamente Gesù Cristo, la sua persona, la sua parola e il suo agire nella storia. Così, tutta la realtà è pervasa e ricolma con lo Spirito Santo che è lo spirito di Gesù Cristo. Di conseguenza, Paolo può dire: “Il Signore è lo Spirito e dove c'è lo Spirito del Signore c'è libertà.” (2 Cor 3,17). Ciò significa: lo Spirito è la presenza attiva e l’azione reale del Risorto, del Signore della Chiesa e del mondo. Esso non è soltanto il dono della vita nuova in Gesù Cristo, è anche il datore di questo dono; una distinta persona divina. Quando agisce, il regno escatologico della libertà ha già inizio, qui ed ora. Il dono dello Spirito Santo ricevuto nella fede è l’essenza della nuova alleanza (Tommaso D'Aquino).
Luca ha espresso il senso di ciò riportando la venuta (outpouring) dello Spirito Santo nella Pentecoste (cfr At 2,1-13). Per gli ebrei, la Pentecoste era originariamente una festa del raccolto. Nel I-II secolo d.C., è diventata una giornata per commemorare l'alleanza sul Monte Sinai. Luca parte da questo. Con il suo racconto sulla effusione dello Spirito Santo, egli vuole descrivere l'inizio del periodo finale salvifico, la realizzazione delle parole dei profeti (cfr Gl 3,1-3) e l'annuncio di Gesù (cfr At 1, 8). Per fare ciò, egli utilizza immagini bibliche che sono già state utilizzate per le apparizioni di Dio nell'Antico Testamento, in particolare sul Monte Sinai. L'impetuosità della tempesta mostra la potenza dello Spirito Santo, che è il respiro e la tempesta di una nuova vita. Le lingue di fuoco che scendono su ognuno di coloro che sono raccolti indicano che i discepoli sono stati resi capaci ed incoraggiati a testimoniare. La possibilità di parlare e comprendere le lingue straniere, insieme con la lista delle nazioni indica che la missione nel mondo affidata ai discepoli pone termine alla confusione babilonese delle lingue e dimostra che la divisa razza umana sarà nuovamente unita. Attraverso la missione, le nazioni saranno raccolte nel popolo di Dio. Nella Pentecoste, si compie la promessa e alla fine dei tempi, lo spirito di Dio sarà riversato su ogni carne, su grandi, piccoli, giovani e vecchi, Ebrei e pagani (cfr Gl 3,1-2; At 2, 17-18; 10, 44-48) [...]
Paolo, inoltre, conosce gli straordinari doni dello Spirito. Per lui, l'accento non è posto sui fenomeni particolari, ma sulla vita cristiana di ogni giorno. Lo Spirito non è tanto il potere dello straordinario ma il potere di fare cose ordinarie in modo straordinario. Egli si manifesta in particolare nell'impegno in Gesù Cristo (1 Cor 12,3) e nel servizio per la costruzione della comunità (cfr 1 Cor 13-14). Paolo interpreta lo Spirito anche come la forza trainante della vita di ogni credente. Essi non saranno guidati dalla carne, ma dallo lo Spirito (cfr Gal 5,16-17; Rm 8,12-13) e porteranno i frutti dello Spirito: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c'è legge.”(Gal 5, 22-23). Così lo Spirito effettua una duplice apertura nelle persone: L'apertura di una persona a Dio, che si manifesta particolarmente nella preghiera (cfr Gal 4,6; Rm 8, 5-16, 26-27) e l'apertura verso il nostro prossimo. Poiché il servizio disinteressato d'amore è la vera libertà cristiana (cfr Gal 5,13). Questo già sottolinea la liberazione della creazione dal suo effimero e dalla sua servitù, che essa aspetta ed in cui spera. Lo Spirito è il primo dono, che dà alla speranza cristiana una solida base (cfr Rm 8,18-27). (Il Catechismo cattolico, il Credo della Chiesa. Edito dalla Conferenza dei Vescovi tedeschi, 1985. p.22 )
Domanda 188: I testimoni di Geova sostengono che Gesù non è stato crocifisso ma appeso ad un palo. Esiste evidenza storica della morte per crocifissione di Gesù? (TR)
Risposta: La croce è uno strumento di esecuzione, in origine un palo (in greco staurós, latino: crux) la cui versione romana aveva in genere una traversa; "crocifiggere" (dal greco staurun) indica il corrispondente tipo di esecuzione. La crocifissione è stata generalmente considerata come "il più crudele e terribile modo di morire" (Cicerone, In Verrem II, 5, 64, 165). L'origine e l'età di questo tipo di pena di morte sono sconosciuti. Alcune tracce ci conducono fino ai Medi ed ai Persiani. In Palestina è stato utilizzato a partire dal I secolo a.C., sebbene nel Vecchio Testamento solo coloro che erano stati già giustiziati potevano essere appesi ad un palo o ad un albero. (Gen 40,19; Dt 21,22 ed altri) Secondo il diritto romano, la rapina, l'omicidio, l'alto tradimento, la lesa maestà e l'insurrezione sono punibili con la crocifissione. A causa della mancanza di chiare istruzioni la crocifissione può assumere varie forme. Nella maggior parte dei casi, la persona condannata veniva fustigata e poi legata o inchiodata alla balestra (patibulum), che egli stesso aveva dovuto portare fino al luogo dell'esecuzione (patibulum), e poi issato su un palo fisso, di solito di bassa altezza (a forma di T: crux commissa o a forma di †: crux immissa). Per ridurre la sua agonia, gli veniva data una bevanda inebriante. Per ritardare la morte, un piolo per sedersi veniva fissato alla metà del palo. Il crocifisso veniva soffocato a morte, in agonia. Il suo corpo era generalmente lasciato sulla croce alle bestie da preda o fino alla decomposizione, ma poteva anche essere rilasciato.
La crocifissione di Gesù corrisponde largamente a questa immagine, ma ci sono alcune questioni riguardo a dettagli. A causa della fustigazione effettuata al di fuori del praetorium (Mc 15,15 e paralleli; Gv 19,1), Gesù era troppo debole per portare la traversa da solo fino al Calvario (Mc 15,22 e paralleli). Secondo Mc 15,23, egli respinse la consueta bevanda inebriante. Nudo (Mc 15,24 e paralleli; Gv, 23 e seguenti), egli è stato probabilmente inchiodato attraverso mani e piedi (Gv 20,25, Lc 24,39; At 2,23) ad una croce a forma di T, che era appena più alta rispetto alle croci dei due co-sofferenti su entrambi i suoi lati (Mc 15,27 e paralleli). Una piccola tavoletta, che non si trova più, annota, presumibilmente in aramaico e greco, il nome e il tipo di colpa (Mc 15,26 e paralleli; Gv 19,19). Testimoni di questo evento crudele sono state alcune donne Galilee (Mc 15,40 e paralleli; Gv 19,25ss.). La rimozione del corpo di Gesù dalla croce prima dell'alba del sabato da parte di Giuseppe di Arimatea aveva il permesso di Pilato (Mc 15,43; Gv 19,38). [Trascrizione quasi letterale del saggio, Kreuzigung, crocifissione, di Willibald Bösen, Lexikon für Theologie und Kirche, Bd.6 (Freiburg i. Br..: Herder, 1997). Vedi lì anche per ulteriori riferimenti].
Domanda 189: Cosa pensa del destino? Le nostre vite sono predestinate? (TR)
Risposta: La fede nella creazione acquista la sua profondità e la sua serietà esistenziale solo attraverso la fede nella divina provvidenza. Allo stesso tempo, la fede nella divina provvidenza porta con sé grandi difficoltà esistenziali. Continuamente ci troviamo nella situazione di chiederci: Perché devo patire questo? Perché a me? Spesso la gente parlava, ed ancora a volte parla, di una cieca, una buona e una cattiva sorte. Spesso, essi intendevano ed intendono che questo destino sia scritto nelle stelle e che può essere scoperto attraverso l'astrologia. Nel linguaggio corrente, si parla di qualcuno baciato dalla fortuna, di un bambino nato con la camicia, di qualcuno nato sotto una buona stella, o di qualcuno che è iellato. Consciamente o inconsciamente, vi sono ancora molti residui di superstizione: uso di talismani, paura di numeri sfortunati, il credere nei buoni o cattivi segni, ecc.
La Bibbia presuppone che la vita e la realtà prese insieme abbiano un ordine, che regna sull'umanità come una potenza. Ma, per la Bibbia, questa potenza non è anonimo destino ma la guida personale di Dio. L'Antico Testamento parla già di questa guida personale nel caso di alcuni singoli personaggi biblici, come l'egiziano Giuseppe, Mosè, che viene salvato dalle acque del Nilo, grazie all'attenzione di Dio, Tobia, al quale Dio fornisce un angelo per accompagnarlo nel suo viaggio. Questo tipo di guida personale è espresso in modo particolarmente forte nel noto salmo:
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; (…) Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. (Sal 23:1, 3-4)
Simile anche il salmo 91, che è anche un inno: "Colui che abita al riparo della Altissimo" (Sal 91). Il libro della Sapienza di Salomone testimonia la divina provvidenza in generale: "(…) perché egli ha creato il piccolo e il grande e si cura ugualmente di tutti." (Sap 6,7). Gesù, in particolare, mostra ancora una volta come la sua vita, il suo ministero e la sua morte siano completamente secondo la volontà del padre. Perciò egli può sollecitare noi con un fiducia quasi infantile.
“Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, (...) Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? (…) Non affannatevi dunque (…) Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. “ (Mt 6,25-26, 31-32; cf. 10,26-31)
Il Nuovo Testamento riassume così il messaggio di Gesù: "gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi." (1 Pt 5,7).
Tutti questi non sono idilliaci pensieri di persone pie ed ingenue. Piuttosto, la fede nella divina provvidenza nel Vecchio e Nuovo Testamento risiede nel contesto del piano generale di salvezza di Dio. In base a questo, Dio ha portato l'umanità attraverso molti passaggi (le alleanze con Noè, Abramo, Mosè e Davide) verso la nuova alleanza in Gesù Cristo fino al suo compimento alla fine dei tempi. Attraverso il suo Spirito, Dio porta anche la Chiesa a preparare attraverso di esso il Regno di Dio che tutto comprende. La divina provvidenza per il singolo è in aiuto di questo globale piano di salvezza. La chiave per la fede di Gesù nella divina provvidenza risiede quindi nella frase: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta."(Mt 6,33). Questo non è semplice ingenuo ottimismo. Piuttosto, ciò che significa è: fate sì che Dio e la sua cura per il regno sia al centro della vostra vita, allora il mondo cambierà attorno a voi.
La fede nella divina provvidenza esprime che l'immensa creazione ed il piano globale di salvezza di Dio sono rivolti al singolo essere umano, anzi, lo scopo della creazione e della storia viene deciso all'interno di ogni essere umano. La divina provvidenza, dunque, non deve essere fraintesa come un piano che ignora la volontà delle persone. Presuppone la collaborazione della persona che si affida alla cura di Dio. Nella misura in cui una persona si fida della volontà di Dio e cambia la sua vita, cambia anche il suo "destino". La persona che raggiunge un accordo con Dio, raggiunge un accordo anche con il mondo. Le cose e gli eventi quindi perdono la loro stranezza e appaiono come “causate” da Dio in modo speciale. Quando questo accade ad un credente, Dio è per lui già “tutto ed in tutto”. Anche nel caso in cui egli non può cambiare la sua situazione esterna, essa comunque cambia perché egli sa che nulla può separare lui dall'amore di Cristo (cfr Rm 8,35) e "Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi."(Rm 8,18).
La connessione interiore tra la provvidenza di Dio che tutto comprende e la libertà degli esseri umani è particolarmente evidente nella preghiera di intercessione. Essere autorizzati ad intercedere, mostra in sé che gli esseri umani hanno accesso a Dio e possono sapere di essere accolti. Questo esprime che Dio sente, ascolta e sostiene gli esseri umani. Questa intercessione dunque non riduce in nessun modo una persona a una figura sottomessa. Al contrario, il piano di Dio include l'intercessione per l'eternità. La provvidenza onnippotente di Dio non taglia via l'iniziativa della persona, ma la comprende e la include. Se una persona, quindi, porta la sua situazione di fronte a Dio nella preghiera, egli può essere sicuro di essere ascoltato. Gesù stesso ci dice: "Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato." (Mc 11,24, cf. Mt 7,7; 21,22; Lc 11,9).
Molti si chiederanno con sorpresa: Se Dio veramente risponde ad ogni preghiera, cosa si dice delle preghiere che - apparentemente o realmente - non sono state ascoltate, quelle in cui Dio rimane in silenzio, anche se lo si è assediato con la preghiera? La risposta non è facile. Ma alla luce della chiara affermazione di Gesù, noi dobbiamo rispondere: Dio risponde ad ogni preghiera in un modo che supera tutte le nostre speranze. Se quindi Dio non risponde ad una preghiera nel modo in cui noi vorremmo facesse, ciò è dovuto al fatto che questo non rappresenta ancora ciò che è davvero meglio per noi. Sant'Agostino lo esprime così: "Buono è Dio, che spesso non ci da ciò che vogliamo, in modo da poterci dare ciò che invece dovremmo desiderare." S. Teresa di Lisieux quindi dice: "Se non rispondi alle mie preghiere, io ti amo ancora di più ". In particolare, quando Dio corregge i nostri desideri e rende più profonda la nostra fede, la nostra speranza e il nostro amore, egli ci riconcilia attraverso la preghiera con la nostra situazione e ci concede una pace che supera ogni cosa (cfr Fil 4,7).
Tutto ciò dimostra che, in ultima analisi, la provvidenza divina resta nel suo mistero, il mistero di un Dio più grande e del suo più grande amore. La fede nella divina provvidenza non dissolve semplicemente i misteri dell'esistenza, né li rende più trasparenti. Essa non ci dà alcuna conoscenza del pensiero di Dio, né ci spiega i particolari della provvidenza di Dio e del suo guidare il mondo. Non rende la storia della nostra vita trasparente in modo da innalzarci sopra tutto e non fa sì che ci siano risparmiate le tenebre e le difficoltà. Soprattutto per quanto riguarda la guida della storia, Dio è un Dio nascosto. (cfr Is 45,15).
“O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere?” (Rm 11,33-34)
Ma quello che resta incomprensibile se visto attraverso gli occhi della fede nella sola divina provvidenza, ora diventa un mistero ancora insondabile ma che ispira fiducia. Mentre coloro che credono nel destino trovano nelle sue profondità indifferenza e vuoto, coloro che credono nella divina provvidenza scoprono l'amore del padre. Anche se non abbiamo alcun modo di comprendere le strade e la guida divine, possiamo ancora riconoscerne più volte i segni, che il credente interpreta come la guida di Dio. La fede è quindi confermata e rafforzata nella convinzione: "Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno." (Rm 8,28). (Catechismo Cattolico degli Adulti, Vol. 1: Il Credo della Chiesa, ed. tedesca: Katholischer Erwachsenen-Katechismus, Vol 1: Das Glaubensbekenntnis der Kirche, p.102-106).
Domanda 190: Che cosa succede alle persone che non hanno sentito parlare di Gesù? Andranno tutti all'inferno perché non sono battezzati? (TR)
Risposta: "La Chiesa insegna che il battesimo è soltanto essenziale per la salvezza di coloro cui è stato detto del battesimo e che hanno avuto l'opportunità di decidere di essere battezzati. Poichè Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini (cfr 1 Tm 2,4-6), una persona che vive secondo la propria coscienza e che fa la volontà di Dio come egli lo riconosce, e che quindi sicuramente avrebbe desiderato il battesimo, se avesse saputo della sua importanza, può ricevere la salvezza sulla base di questo battesimo in desiderio". (Catechismo Cattolico degli Adulti, vol. 1, p. 332)
Domanda 191: Chi sono i Mormoni? (TR)
Risposta: Il teologo Dott. Rüdiger Haupt scrive sui "mormoni":
1. Fondatore
Joseph Smith, nato nel 1805 nello Stato del Vermont (Stati Uniti). Nella sua famiglia, la superstizione e l'inquietudine religiosa erano dominanti. Da giovane, egli aveva cercato di scoprire tesori sepolti utilizzando sfere di cristallo ed era stato quindi condannato per frode. Successivamente, egli riferì che Dio e Gesù gli erano apparsi e gli avevano chiesto di "ripristinare il vangelo originale". Il motivo: Tutte le chiese erano cadute lontano dalla vera fede e erano "un abominio" agli occhi di Dio. Nel 1827, un "angelo" chiamato Moroni rivelò a Smith scritti segreti (tavolette d'oro), sepolti in una collina, che egli "tradusse" e pubblicò nel 1830 come il "Libro di Mormon". Per una serie di motivi, i suoi avversari lo rinchiusero nella prigione di Cartagine (Illinois) nel 1844, dove il 27 giugno fu colpito a morte dalla folla inferocita.
2. Genesi e storia
Il 6 Aprile 1830, J. Smith con alcuni amici fonda la "Chiesa di Cristo" nello Stato di New York. Questo nome venne cambiato nel 1934 dalla Conferenza Generale in "Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni". Allo stesso modo, il nome venne nuovamente modificato dalla Conferenza Generale nel 1938 in "Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni".
La comunità presto guadagnò numerosi seguaci e si diffuse verso l'Ovest: Ohio, Missouri e Illinois sono state le tappe più importanti. A causa delle numerose "nuove rivelazioni" del loro "profeta", insegnamenti e pratiche sempre più strane si svilupparono tra i “Santi” nel corso del tempo, ed in tal modo questa comunità non potè più essere accettata dalla società cristiana attorno ad essa. E quindi ci furono costanti polemiche con i non-Mormoni ma anche con gli organi di governo. Dopo la morte violenta del fondatore del Mormonismo, i "Santi", guidati da Brigham Young, si diressero verso l'Ovest nel 1845/46, e nell'estate del 1847 raggiunsero la valle del Grande Lago Salato nelle Montagne Rocciose. Qui svilupparono il loro centro di Salt Lake City, capitale più tardi dello Stato americano dello Utah. Un fiorente centro culturale venne creato da un deserto di sale. Grazie alla loro attiva missione, la religione dei Mormoni si diffuse in tutto il mondo (in Germania esiste dal 1952). Oggi, più di 8 milioni di persone sono seguaci di questa nuova religione, la crescita più elevata si osserva in America Latina e in Asia orientale.
3. Insegnamenti e Pratica
I mormoni si considerano "l'unica vera chiesa cristiana sulla terra". Essi sostengono che Dio una volta era un essere umano e che anche la gente può, nelle giuste condizioni, perfino diventare Dio". Essi sottolineano la necessità di "nuove rivelazioni". Accanto alla Bibbia, il "Libro dei Mormoni" è la loro "sacra letteratura". Il nucleo della pratica dei Mormoni è costituito dai rituali del sacro tempio:
* "Battesimo indiretto per i morti"; * La "dote" (Endowment). I partecipanti ricevono istruzioni segrete, gesti e segni, al fine di essere ammessi nel regno di Dio; * Il sigillo del Matrimonio “nel tempo e per l'eternità”; le coppie sposate restano insieme anche nell’aldilà.
4. Valutazione
A causa di questi insegnamenti non biblici, basati sulle "nuove rivelazioni" e sui rituali del tempio segreto, il Mormonismo non è parte dell'ampio spettro del cristianesimo ecumenico. Piuttosto, esso va visto come una nuova religione sincretistica americana. Il significato di quasi tutti i termini, presi dal contesto biblico-cristiano (ad esempio, peccato, Dio, Cristo, creazione, discepolo, resurrezione, battesimo, salvezza, ecc.) è stato cambiato quasi completamente ed è stato “mormonizzato”. Inoltre, il Mormonismo chiama l'America "il continente della salvezza", quasi fosse il centro della storia della salvezza di Dio: Il Giardino dell'Eden è nello Stato del Missouri; Cristo è apparso sul continente americano dopo la sua risurrezione, e vi risiederebbe dopo la sua seconda venuta nel Tempio dell'Indipendenza, ecc. La conversione al Mormonismo non è quindi semplicemente un cambiamento di religione, ma un cambio completo dalla comunione ecumenico cristiana delle chiese. Il Mormonismo rappresenta un mondo completamente diverso e sconosciuto. La conseguenza di questo, è un grande sforzo sulle precedenti relazioni con la società ed in particolare all'interno delle famiglie. Le credenze estreme dei mormoni e l'enorme quantità di tempo individuale che i mormoni sono tenuti a dedicare alla loro fede sono una costante fonte di tensione nelle famiglie di fede mista.
5. Letteratura critica
* Haack, Friedrich-Wilhelm: Mormonen. München: EPV, 1989 * Hauth, Rüdiger: Kleiner Sektenkatechismus. * Hutten, Kurt: Seher, Grübler Enthusiasten ". * Http://www.bbc.co.uk/religion/religions/mormon
Vedi anche la voce di Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/mormoni
Domanda 192: I Vangeli descrivono talvolta argomenti ed eventi in modo diverso. Forse gli autori hanno frainteso la rivelazione? (TR)
Risposta: Si prega di leggere le tre Domande&Risposte su questo sito, che si occupano delle differenze nei Vangeli: D&R 60, D&R 94 e D&R 131.
Domanda 193: Perché è necessario un sacerdote per ascoltare una confessione? (TR)
Risposta: La dottrina cattolica relativa è descritta nel Catechismo della Chiesa Cattolica, sotto il titolo: "penitenza sacramentale".
I Vangeli riferiscono che Gesù ha perdonato i peccati ad alcune persone: "Ti sono rimessi i tuoi peccati" (Mc 2,5; Lc 7,48). Egli ha dato inoltre “tale potere agli uomini” (Mt 9,8). La Chiesa nel suo insieme deve essere segno e strumento di riconciliazione. In modo speciale, tuttavia, questo potere è stato dato all'ufficio apostolico che ha avuto il compito del "servizio della riconciliazione" (cfr 2 Cor 5,18); "(…) come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio". "(2 Cor 5:20). Pertanto, la chiesa riconduce il potere del suo ufficio del perdono dei peccati allo stesso Signore risorto: "(...) «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,22-23).
Per Gesù, il perdono dei peccati ha sempre avuto una dimensione comunitaria. Gesù riconcilia i peccatori con Dio portandoli dentro la comunità eucaristica con lui e con gli altri. Il peccatore isola se stesso da Dio e dai fratelli. Attraverso il suo peccato, la comunione del popolo di Dio è segnata e la santità della sua vita lacerata. Il peccatore è quindi escluso dalla piena comunione della Chiesa (cfr 1 Cor 5,1-13; 2 Cor 2,5-11; 7,10-13); in particolare, egli non è più in grado di partecipare pienamente alla santa Eucaristia, sacramento di unità e di amore. Attraverso la confessione, il penitente deve ripercorrere il cammino con cui la riconciliazione è arrivata a lui. Egli deve riconciliarsi con i suoi fratelli, per realizzare la rinnovata comunione con Dio. Per lo stesso motivo, il perdono di Dio ci riconcilia "anche con la chiesa", che è stata ferita dal peccato e che aiuta la conversione mediante l'amore, l'esempio e la preghiera (LG 11). Questa struttura comunitaria e la dimensione della chiesa di penitenza è particolarmente evidente nelle parole di Gesù a Pietro: "A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19).
Ciò vale anche per la Chiesa nel suo insieme (cfr Mt 18,18). Le parole legare e sciogliere significano: chiunque escludete dalla vostra comunità (legare=bandire), è anche escluso dalla comunione con Dio, ma chiunque riprendete nella vostra comunità (= perdere il divieto), Dio lo prende anche in comunione con lui. La riconciliazione con la chiesa è dunque la strada verso la riconciliazione con Dio. Questo aspetto veniva espresso in modo particolarmente chiaro nella pubblica penitenza della Chiesa antica. Corrispondentemente, la formula per l'assoluzione sacramentale, che è obbligatoria dal 1975, dice: "Egli vi conceda il perdono e la pace attraverso il ministero della Chiesa".
Il sacramento della penitenza ha avuto una storia variegata con molti cambiamenti. Un duplice processo è sempre stato la principale struttura di questo sacramento: il sacramento della penitenza consiste, da un lato, in atti umani di conversione resa possibile dalla grazia: il pentimento, la confessione e la riparazione. D'altro canto, esso si compone di atti della chiesa, perché la comunità della chiesa, guidata da vescovi e sacerdoti, offre il perdono dei peccati nel nome di Gesù Cristo, determina la necessaria riparazione, prega per il peccatore, al suo posto si pente per lui ed, infine, gli garantisce la piena comunione con la chiesa e il perdono dei suoi peccati. Il sacramento della penitenza è dunque un atto totalmente personale, nonché una celebrazione liturgica della penitenza della chiesa. Il Concilio di Trento insegna quindi che le azioni del peccatore pentito nella penitenza, confessione e riparazione sono "quasi la sostanza del sacramento", mentre l'assoluzione da parte dei sacerdoti rappresenta la forma del sacramento della penitenza (cfr DS 1673; NR 647-648). Il frutto di questo sacramento è la riconciliazione con Dio e con la chiesa. E' spesso accompagnato da pace, gioia della coscienza ed enorme conforto dell'anima (cfr DS 1674-1675, NR 649).
Cerchiamo di descrivere i singoli elementi del sacramento della penitenza in modo più dettagliato. La principale azione del penitente è la contrizione. Essa "è il dolore dell'anima e l'orrore verso il peccato commesso, con la volontà di non peccare da ora in avanti". Questa contrizione è chiamata contrizione perfetta quando è causato dall'amore di Dio (contritio). Tale contrizione ha il potere di garantire il perdono dei peccati di ogni giorno, ma porta anche al perdono dei peccati gravi se combinata con una ferma volontà di confessione sacramentale. La contrizione è chiamata imperfetta, se nasce da considerazioni sulla bruttura del peccato o dalla paura della dannazione eterna o di altre punizioni nell’aldilà. Questo scuotimento della coscienza può semplicemente essere un inizio che viene perfezionato con il dono della grazia, in particolare, la remissione dei peccati nel sacramento della espiazione (cfr DS 1676-78, NR 650-651).
Da un punto di vista umano, solo la confessione della colpa, ha un effetto liberatorio e riconciliatorio. Attraverso la confessione, una persona deve affrontare il suo passato di peccatore si assume la responsabilità di esso, e si apre di nuovo a Dio e alla comunione della Chiesa e quindi guadagna un futuro nuovo. Secondo la dottrina della chiesa, una tale confessione è una parte importante ed indispensabile del sacramento della penitenza, per sottomettersi al giudizio misericordioso di Dio (cf. DS 1679; 1706; NR 652; 665). È pertanto necessario confessare i principali peccati (peccati mortali) che ci si può ricordare, dopo un attento esame della propria memoria, in modo tale che la situazione reale in termini di numero, caratteristiche e circostanze sia adeguatamente espressa (cf. DS 1707; NR 666). Secondo il diritto canonico, ogni credente "dopo aver raggiunto l'età del discernimento è tenuto a confessare i suoi peccati gravi con sincerità, almeno una volta all'anno" (CIC, can. 989). Confessare i peccati di ogni giorno (peccati veniali), che non escludono dalla comunione con Dio, non è necessario, ma è raccomandato dalla Chiesa come utile. Questa confessione devozionale è un importante aiuto nella formazione della coscienza personale e per la crescita nella vita spirituale. È quindi fortemente consigliato e dovrebbe avere luogo almeno nel corso dei periodi di penitenza dell'anno liturgico.
L'obiettivo della riconciliazione è quello di rimediare, per quanto possibile, in modo appropriato, al danno e alla vessazione causati dal peccato (per esempio, la restituzione di merci rubate, il ripristino della reputazione degli altri). La riconciliazione è anche un esercizio di un nuovo modo di vita, è un rimedio contro la debolezza. La vera riconciliazione dovrebbe quindi corrispondere, per quanto possibile, alla gravità e alle caratteristiche dei peccati. Essa può consistere nella preghiera, nel sacrificio, nella rinuncia, nel servizio ali altri, in atti di carità. Questa riconciliazione non è un risultato del singolo che gli fa guadagnare il perdono, ma è frutto e segno di penitenza garantita e concessa dalla spirito di Dio (370). L'assoluzione pronunciata dal sacerdote durante il sacramento della penitenza non è solo un annuncio del Vangelo del perdono dei peccati, o una dichiarazione che Dio ha perdonato i peccati; la dottrina della chiesa afferma che, al pari della riammissione nella piena comunione della chiesa, essa è un atto di giudizio che può essere dispensato soltanto da qualcuno che può agire in nome di Gesù Cristo per l'intera comunione della chiesa (cf. DS 1685; 1709-1710; NR 654, 668-669) . Il sacramento della penitenza è, comunque, un giudizio misericordioso, nel quale Dio Padre misericordioso, nello Spirito Santo, confronta il peccatore con la grazia a causa della morte e risurrezione di Gesù Cristo. Allo stesso modo, il confessore assume il ruolo di giudice, come anche il ruolo di medico. Egli è tenuto ad agire come un padre e un fratello. Egli rappresenta Gesù Cristo, che, sulla Croce, ha donato il suo sangue per i peccatori. Egli dovrebbe quindi annunciare e spiegare al confessando il messaggio del perdono dei peccati e consigliarlo al fine di aiutarlo verso una nuova vita, pregare per lui e per lui indirettamente pentirsi e, infine, assolvere i suoi peccati nel nome di Gesù Cristo.
Dal momento della modifica della "Celebrazione della Penitenza" nel 1974, ci sono state tre forme di celebrazione sacramentale della penitenza:
Forma A: La celebrazione della riconciliazione per gli individui. Questa formula dovrebbe avere anche una certa struttura liturgica: il benvenuto da parte del sacerdote, una lettura della Scrittura, la confessione del peccato, l'imposizione della penitenza, la preghiera, l'imposizione delle mani del sacerdote con l'assoluzione seguita dal rendere grazie e congedo liturgico con benedizione sacerdotale. Per motivi pastorali, il sacerdote può omettere o accorciare parti di questo rito, tuttavia, le seguenti parti devono rimanere complete: la confessione dei peccati e l'accettazione della imposizione della penitenza, la richiesta di contrizione, l'assoluzione e il congedo. Nel caso vi sia pericolo di morte, è sufficiente che i sacerdoti pronuncino le principali parole di assoluzione: "Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo". In pratica, tuttavia questa nuova forma del sacramento della penitenza non è stata generalmente adottata.
Forma B: La celebrazione collettiva della riconciliazione con la confessione e l'assoluzione dei singoli. Questa forma combina la confessione e assoluzione individuali con una celebrazione collettiva della penitenza per la preparazione e un collettivo ringraziamento. La confessione individuale è quindi inserita in un servizio liturgico con la lettura della Scrittura e un'omelia, una ricerca collettiva nella coscienza della congregazione ed una confessione generale dei peccati, una preghiera, la preghiera del Signore ed un ringraziamento collettivo. Questa celebrazione collettiva rende più chiaro il carattere di penitenza della chiesa collettiva (371).
Forma C: La celebrazione collettiva della riconciliazione con confessione generale e assoluzione generale. Questa forma è consentita solo se vi è una necessità urgente. Oltre al pericolo di morte, questa necessità nasce soltanto quando vi sia un numero insufficiente di confessori, per cui non vi sia abbastanza tempo per ascoltare in modo adeguato la confessione dei singoli, che quindi dovrebbero, non per colpa loro, rimanere per lungo tempo senza la grazia dei sacramenti o della santa Comunione. Ciò presuppone la volontà di confessare i peccati mortali al più presto possibile su base individuale. La decisione se vi sia o meno tale necessità urgente è responsabilità del vescovo della diocesi, che consulta gli altri membri della conferenza episcopale(cfr CIC can. 961). Il vescovo tedesco della Conferenza attualmente non crede vi sia un tale bisogno urgente, con l'eccezione del pericolo di morte di un gruppo grande.
Queste tre forme di celebrazione sacramentale della penitenza, non sono la stessa cosa dei servizi di penitenza in senso stretto. I servizi di penitenza sono manifestazione e rinnovamento della conversione avvenuta col Battesimo. In queste celebrazioni il popolo di Dio si raduna per ascoltare la Parola di Dio, che chiama alla conversione e al rinnovamento della vita e che proclama la liberazione dal peccato attraverso la morte e risurrezione di Gesù Cristo. Tali celebrazioni di penitenza consistono in: Introduzione (canto, benvenuto e preghiera), letture dalla Sacra Scrittura, intervallati da un inno o dal silenzio, un'omelia, la ricerca collettiva della coscienza della congregazione e la preghiera per la remissione dei peccati, in particolare la preghiera del Signore, ma nessuna assoluzione sacramentale. Queste celebrazioni di penitenza, pertanto, non devono essere confuse con la celebrazione del sacramento della penitenza. Esse sono, tuttavia, molto utili per la conversione e la purificazione del cuore. Esse possono promuovere lo spirito di penitenza cristiana e possono aiutare i credenti nella preparazione delle loro confessioni individuali, approfondire il senso del carattere collettivo della penitenza e, in particolare, condurre i bambini verso la penitenza. Se vi è un reale spirito di conversione e di perfetta contrizione, la remissione dei peccati veniali è concessa nel corso di tali celebrazioni di penitenza. Sono quindi anche un efficace mezzo di salvezza. Esse dovrebbero essere parte della vita di ogni parrocchia e dovrebbero essere celebrate in particolare durante i periodi penitenziali (cfr Gem. Synode, Schwerpunkte heutiger Sakramentenpastoral C 4). (Catechismo Cattolico degli Adulti, Vol. 1, p. 367-371)
Domanda 194: Come può un neonato essere un peccatore da dover essere battezzato? (TR)
Risposta: Nella chiesa antica esisteva, naturalmente, soltanto il battesimo degli adulti [...] Il battesimo dei bambini divenne un uso ed una pratica accettata nella seconda generazione. Non ci sono riferimenti diretti su questo nel Nuovo Testamento. Tuttavia, il Nuovo Testamento parla più volte della pratica del battesimo di un “intero nucleo familiare”, cioè intere famiglie, inclusi tutti i loro servitori. (At 16,15, 33-34; 18.8; 1 Cor 1,16). È possibile che si intendessero inclusi anche i bambini. I primi riferimenti chiari e specifici al battesimo dei neonati risalgono al II secolo. La pratica del battesimo dei neonati esisteva quindi da molto tempo in entrambe le chiese d'Oriente e d'Occidente. Diversi papi e sinodi, e in particolare il Concilio di Trento (DS 1514; 1626-1627; NR 356, 544-545), hanno confermato e difeso questa dottrina e questa pratica [...]
Ci sono tre motivi principali che giustificano la pratica del battesimo dei neonati.
1. Essere un cristiano mediante il Battesimo è una libera ed immeritata grazia mediante la quale Dio agisce preventivamente a qualunque nostra azione e circonda le nostre vite dal loro inizio (1 Gv 4,10-19; Tt 3,5), e noi tutti ne abbiamo bisogno dal nostro primo momento a causa del peccato originale. Questa grazia che viene prima di qualunque azione e qualunque merito è espressa in modo particolarmente chiaro nel battesimo dei neonati. La Chiesa ed i genitori cristiani quindi negherebbero al bambino un bene molto importante, se non gli dessero il sacramento del battesimo immediatamente dopo la sua nascita.
2. La Fede si basa e dipende sempre dalla comunione dei credenti. Il battesimo dei neonati chiaramente simboleggia questa dipendenza e questa inclusione nell'intera comunità, senza la quale il bambino letteralmente non potrebbe sopravvivere. Attraverso i suoi genitori e padrini, il bambino è quindi incluso nella comunione di tutti i credenti che sono responsabili per questo bambino di fronte a Dio ed al mondo. Questo è uno dei motivi per cui un bambino può essere battezzato solo se i suoi genitori o parenti garantiscono la sua successiva educazione cristiana. Se questa garanzia non viene data, il battesimo dovrebbe essere saggiamente rinviato.
3. La fede non è un evento nel tempo, ma un processo di crescita. Crescere in Cristo e nella fede in lui è un processo che dura tutta una vita per il cristiano battezzato. Il Nuovo Testamento non solo conosce il movimento che conduce dalla fede al battesimo e che trova nel battesimo la sua più completa forma di incarnazione (At 8,12-13; 18,8; 10,47 e simili). Vi è anche il movimento inverso, in cui ai battezzati viene ricordato il loro battesimo e vengono portati nel più profondo della realtà battesimale (cfr Rm 6,3-4, 1 Cor 6,9-11; Ef 5,8-9; 1 Pt 2,1-5). Dopo tutto, il battesimo non è soltanto un segno di fede, ma anche la fonte del suo potere; è il sacramento dell'illuminazione. In quanto tale, è l'inizio di un percorso e di una crescita, nel corso della vita, nella fede.
Da questo ragionamento, nasce la necessità di un nuovo sistema di preparazione degli adulti al battesimo (in tedesco: Taufpastoral, pastorale per il battesimo). Fondamentalmente, tutta la pastorale è rivolta a condurre le persone verso il battesimo e allo sviluppo di una nuova vita aderente al battesimo nei singoli cristiani e nella parrocchia. La preparazione degli adulti al battesimo, in senso più stretto, comprende il catecumenato degli adulti, e nel caso del battesimo dei neonati, la preparazione battesimale con genitori e padrini, la pastorale di preparazione al matrimonio o quella per le coppie appena sposate, che porta l'intera congregazione ad una responsabilità condivisa per l'educazione cristiana dei bambini. Di particolare importanza in questo contesto è il rinnovamento della catechesi congregazionale, attraverso il quale i bambini in crescita dovrebbero essere introdotti nella fede e nella vita della Chiesa (cfr Gem. Synode, Schwerpunkte heutiger Sakramentenpastoral 2-3). Il sacramento di questa crescita è la cresima. (Katholischer Erwachsenen-Katechismus, vol. 1, p. 337-339).
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