titelbild
us-eng-flag

English

deutsche fahne

Deutsch

Frankreich02

Français

flagge1

Türkçe

Spanien02

Español

Banner2

Domande & Risposte 2.

Domanda 21: Lei afferma che ogni persona nasce con il peccato originale. Supponiamo che questo sia corretto. In Gesù, la remissione dei peccati è per tutti o Gesù ha pagato il prezzo del riscatto dei peccati di tutti gli uomini? A proposito: cosa avviene qui riguardo alla responsabilità dell’individuo? Comunque sia: se Gesù con la sua morte e resurrezione, ha pagato per le colpe di tutti, tutti i bambini che nascono ora, nasceranno ancora con il peccato originale? In caso affermativo, quale funzione ha Gesù (come redentore) attualmente? (TR)

Risposta:
Il lettore dovrebbe prima leggere attentamente di nuovo il Capitolo 3, III e IV nel libro.

La domanda contiene tre punti principali che voglio affrontare in tre fasi.

        
a. Per quanto riguarda la realtà e il termine peccato originale

La posizione fondamentale della Bibbia nell’interpretare la storia alla luce della fede in Dio è: Dio non ha voluto che il mondo fosse, nè lo ha creato, nel modo in cui noi lo incontriamo in forma tangibile. Ha voluto e vuole la vita e non la morte: egli detesta l’ingiustizia, la violenza e la menzogna. Non vuole che le persone soffrano; ma vuole che le persone siano felici in sua compagnia. Per sottolineare la volontà originale di Dio e il suo piano originale, la Bibbia racconta la Storia del Paradiso (Genesi 2,8; 15,17).
Il nucleo della storia del paradiso, così come gli insegnamenti sulle origini dell’umanità, non è una dichiarazione paleontologica ma una dichiarazione fatta dal punto di vista della fede e pertanto una dichiarazione teologica: Dio ha creato l’umanità buona, addirittura molto buona; inoltre ha permesso all’umanità di condividere la sua vita.

La testimonianza relativa al paradiso e alle origini dell’uomo non sono di per sé importanti. Essa rappresenta semplicemente il background in modo che possiamo comprendere chiaramente lo stato attuale dell’umanità: come una condizione di estraniazione che Dio non ha voluto e non ha creato. Pertanto, da dove viene il male?
“Quindi, come a causa di un uomo solo, il peccato è entrato nel mondo, e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (Rm 5,12). Questa è la succinta conclusione dell’apostolo Paolo. Questo sintetizza ciò che è vividamente riportato nella storia della caduta dell’uomo nelle prime pagine della Bibbia (vedi Genesi 3,1-24).

La Bibbia non ci parla solo del venir meno della grazia. Questa storia è l’inizio di una serie di altre storie del peccato, in cui è resa evidente la dimensione sociale del peccato. (Legga, per esempio, la storia dell’uccisione di Abele da parte di Caino e il relativo circolo vizioso di colpe e di vendette tra gli uomini (Genesi 4). Parimenti la storia del caos che sfocia nel diluvio universale (Gn 6) e la storia della Torre di Babele (Genesi 11).
Nel Nuovo Testamento, Paolo riprende le storie del peccato nel Libro della Genesi. Qui egli mette il primo Adamo in relazione al secondo, il nuovo Adamo, Gesù Cristo (cfr Romani 5,12.14-15.17).

Questi testi vanno oltre la testimonianza contenuta nel Vecchio Testamento. Solo attraverso Gesù Cristo ci viene aperta l’universalità e la radicalità del peccato; ci rivela la nostra vera situazione nella salvezza come anche nella disgrazia. Solo ora l’universalità del potere del peccato che governa l’umanità è stabilita come il potere della morte. Tuttavia, la percezione dell’universalità del peccato è solo il rovescio della medaglia dell’universalità della salvezza in Gesù Cristo. Poiché sappiamo che la salvezza è data a tutti in Gesù Cristo, possiamo riconoscere che, al di fuori di Gesù Cristo, c’è la rovina. Quindi, la testimonianza del peccato non ha un significato indipendente. Esemplifica l’universalità e la vitalità della salvezza che ha portato Gesù Cristo. La situazione tormentata e disperata dell’umanità è avvolta dalla speranza più grande e dalla certezza che la salvezza ci viene data in Gesù Cristo.

Un problema iniziale perchè la generazione di oggi possa comprendere correttamente questa lezione, è che molti scienziati oggi insegnano che, all’inizio della storia, non vi era solo una coppia (monogenismo), ma che la vita umana si è formata contemporaneamente in diverse parti nel processo di evoluzione (poligenismo o anche polifiletismo). Il significato della dottrina della Chiesa è preservato, tuttavia, quando viene sostenuto che l’umanità, che forma una entità, ha respinto l’offerta di salvezza di Dio già al suo inizio e che il disastro derivante è una realtà universale da cui nessuno può liberarsi con i propri sforzi. Se viene sostenuto questo credo, allora la questione del monogenismo o del poligenismo è un problema puramente scientifico, che deve essere risolto dagli scienziati sulla base degli attuali metodi scientifici. Pertanto, non è una questione di fede.

Un secondo problema riguarda l’approccio alla comprensione della dottrina sul peccato originale. Per molti, il termine peccato originale è una contraddizione poiché il peccato originale è definito come lo stato di peccato che caratterizza tutti gli esseri umani a seguito dalla caduta di Adamo. In altre parole, noi ereditiamo il peccato. Già la parola eredità significa che facciamo nostro qualcosa che non abbiamo guadagnato da noi stessi ma che ci viene dai nostri progenitori. Tuttavia, il peccato è un atto personale per il quale siamo responsabili. Questo sembra portare ad un dilemma: o abbiamo assunto il peccato come eredità, nel qual caso non è un peccato; o si tratta di un peccato, nel qual caso la parola “originale” non ha alcun senso.

I problemi sono risolti se rinunciamo a questa visione individualistica dell’umanità che è alla base di questa obiezione e ci focalizziamo sulla solidarietà dell’umanità: nessuno comincia dall’inizio, nessuno parte da zero. Ognuno, nel suo intimo, è formato dalla propria storia personale, dalla storia familiare, dalle persone, dalla cultura, persino dall’umanità nel suo complesso. In questo modo, ognuno si trova in una situazione che è definita dal peccato. Noi siamo nati in una società che è dominata dall’egoismo, dal pregiudizio, dall’ingiustizia e dalla falsità. Questo ci influenza non solo dall’esterno con i cattivi esempi, ma determina la nostra realtà. Poiché nessuno vive solo per se stesso, tutto quello che noi siamo, lo siamo insieme con gli altri. Quindi, il peccato universale è in tutti noi, ognuno di noi lo ha. Qui c’è, pertanto, un tessuto di coinvolgimento reciproco e una solidarietà universale nel peccato da cui nessun individuo può liberarsi. Questo è particolarmente vero per i bambini. Essi sono personalmente innocenti; tuttavia le loro vite esistono solo nella forma della compartecipazione alla vita degli adulti, in particolare quella dei loro genitori. Pertanto essi sono ancor più avviluppati nelle maglie della storia degli adulti rispetto agli adulti stessi.

Secondo la dottrina cattolica, dunque, il peccato originale esiste nella sventura universale dell’uomo e dell’umanità (legga Romani 7,15, 17-19, 22-24).

La dottrina sull’universalità del peccato ha un significato pratico molteplice. Si dice: ognuno è peccatore. “Se diciamo che non abbiamo peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi” (1 Gv 1,10). Questa dottrina distrugge l’illusione che ci creiamo per noi stessi e ci costringe a non eludere il nostro peccato, a non banalizzarlo e a non cercare sempre il capro espiatorio negli altri, nell’ambiente, nella nostra eredità comune, nella nostra disposizione. Tuttavia, la dottrina sul peccato originale ci dice anche che dobbiamo fare molta attenzione su chi riteniamo direttamente responsabile di peccato personale e che non dobbiamo sancire frettolosamente ciò che è peccato e giudicare gli altri. Dopotutto, solo Dio vede nel cuore di ogni persona. E ciononostante, egli non vuole giudicare ma solo perdonare. Solo conoscendo il perdono è possibile confessare i peccati. Per questo motivo, sottolineiamo ancora una volta che la realtà vince l’universalità del peccato, che è messo nell’ombra dalla luce della fede, dall’universalità della salvezza, che è stata annunciata dall’intera lunga storia dell’Antico Testamento ed è stata realizzata, infine, in Gesù Cristo. La funzione più importante della dottrina sul peccato originale è sottolineare l’amore di Dio che perdona e guarisce, e che ci è offerto in Gesù Cristo.

        
b. Salvezza per volontà di Dio e morte di Gesù per i nostri peccati

La scandalosa morte di Gesù sulla croce significava, per gli ebrei, il giudizio di Dio, una maledizione (si veda: Galati 3,13). I Romani la consideravano un disonore, e come non pochi hanno testimoniato, motivo di disprezzo e di ridicolo. Paolo scrive in 1 Corinzi 1,22-23: “E mentre i giudei chiedono i miracoli e i greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani”.

Per i primi Cristiani, pertanto, è stato difficile comprendere adeguatamente questo scandalo della croce. Tuttavia, nel ricordare le parole di Gesù nell’Ultima Cena e alla luce della sua resurrezione per mezzo di Dio, essi sono arrivati alla completa comprensione che questa morte così scioccante di Gesù fosse determinata, ad un primo livello storico, della mancanza di fede degli uomini e dalla loro inimicizia, ma soprattutto che dietro a tutto questo c’era la volontà di Dio, il suo piano salvifico, sì, l’amore di Dio. I primi cristiani hanno riconosciuto un “dovere” divino (si veda Marco 8,31; Luca 24,8; 26, 44) nella sofferenza e nella morte di Gesù che era già stata prefigurata nell’Antico Testamento. Quindi, era già stato affermato sin dalle più antiche tradizioni dell’Antico Testamento già esistenti nella comunità di Paolo, quando si convertì, che Gesù Cristo era morto per noi come dicono le Scritture (si veda 1 Corinzi 15,3). Alla luce del quarto canto del Servo Sofferente nel Libro di Isaia (cfr Isaia 52,13-53,12), Paolo può riconoscere nella morte di Gesù l’imperscrutabile amore di Dio che non risparmia il proprio figlio ma invece lo offre per noi (si veda Romani 8,32-39; Giovanni 3,16) per riconciliare il mondo con se stesso in Gesù Cristo (si veda 2 Corinzi5,18–19). La croce è l’espressione ultima dell’amore traboccante di Dio. Quindi ci rivela la natura di Dio e il significato del vero amore.

    “Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato. Come molti si stupirono di lui –  tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto E diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo – Così si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito. Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore? E’ cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevano alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenza, e si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci da salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto la macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,  e non aprì la sua bocca. Con oppressione ed ingiusta sentenza fu tolto di mezzo, chi si affligge per la sua sorte? Si, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte. Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca. Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori, quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo ultimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la sua iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti ed intercedeva per i peccatori.” (Isaia 52,13 - 53,12)

La devozione di Gesù per Dio è la risposta di Gesù come sua obbediente dedizione (che è il significato originale della parola islam come sostantivo verbale) alla volontà del Padre “per noi”. Questa interpretazione della morte di Gesù come consacrazione della sua vita ci conduce al nucleo più profondo della testimonianza del Nuovo Testamento.

La nozione di rappresentanza comprende infatti una realtà umana di base, in particolare, la solidarietà di tutti i popoli. La Bibbia assume questo concetto e, in un modo del tutto nuovo, lo trasforma in una legge fondamentale dell’intera storia della salvezza. Adamo agisce come rappresentante dell’umanità intera e decreta la partecipazione dell’intera umanità nel peccato; Abramo è chiamato “benedizione” per tutte le generazioni (vedi Genesi 12,3); Israele è detta “luce di tutti i popoli” (vedi Is 42,6). La Sacra Scrittura attua questo concetto attraverso l’idea della sofferenza vicaria, che si trova già nel quarto canto del Servo Sofferente (vedi Isaia 53,4-5,12).

La nozione di rappresentanza, così centrale nella Bibbia, è particolarmente adatta per chiarire alla nostra fede come la morte di Gesù possa significare per noi la salvezza. La conseguenza della compartecipazione umana nel peccato è la compartecipazione di tutti a un destino di morte. Questo fatto ci mostra, innanzitutto, una umanità senza vie di scampo e la sua condizione disperata. Ma poichè Gesù Cristo, pienezza della vita, ci ha manifestato la sua solidarietà nella morte, egli, con la sua morte, pone le fondamenta di una nuova partecipazione. Ora la sua morte diviene fonte di nuova vita per tutti quelli che si trovano sotto un destino di morte.

L’interpretazione della morte di Gesù come sofferenza e morte in nostra vece è la quintessenza di Gesù stesso. Questo è anche mostrato nell’antica frase: “Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Marco 10,45).

Un altro concetto molto difficile da comprendere per molti è la nozione biblica della morte di Gesù come sacrificio. Se vogliamo comprendere il significato più profondo della nozione di sacrificio, dobbiamo chiarire che il sacrificio non dipende primariamente da sacrifici esterni. Le offerte sacrificali hanno significato solo come segno di un sacrificio personale; questa condotta interiore si deve esprimere liberamente e in forma fisica; con Gesù il sacrificio di sé è pienamente unito all’offerta sacrificale. Lui è al tempo stesso l’offerta sacrificale e il sacerdote sacrificale. Quindi, il suo sacrificio era un sacrificio perfetto, il compimento di tutti gli altri sacrifici che sono semplicemente un’ombra del suo sacrificio compiuto una volta e per tutti (Ebrei 9,11-28). Per questa ragione la Lettera agli Ebrei può dichiarare che questo sacrificio non riguarda oggetti esterni ma il sacrificio di sè da parte di Gesù in obbedienza al Padre (vedi Ebrei 10,5-10). Attraverso il suo totale sacrificio per noi, l’umanità che si era allontanata da Dio è ora nuovamente e pienamente riconciliata con Dio. Quindi, attraverso il suo unico sacrificio, Gesù è il mediatore tra Dio e l’umanità (vedi 1 Timoteo 2,5).
Il linguaggio simbolico di “redenzione”, “discolpa” e “liberazione” è legato a questa idea.

Tutte queste immagini e affermazioni esprimono, in linea di principio, un unico e medesimo concetto. Vogliono proclamare, in modo sempre nuovo, l’amore salvifico e premuroso di Dio, che Gesù ha ottenuto per noi, una volta per tutte, attraverso la sua obbedienza e attraverso il suo sacrificio, per ristabilire la pace tra Dio e l’umanità e tra tutti i popoli. Per questo la Lettera agli Efesini può dire: “Egli infatti è la nostra pace” (Efesini 2,14). In lui ogni separazione tra Dio e l’umanità, tra gli uomini fra di loro e negli uomini stessi, provocata dai peccati, ancora una volta è guarita e cancellata. Perciò, la croce del Profeta non violento, il Messia, Gesù di Nazareth, è un segno del trionfo di Dio contro tutte le potenze e le forze ostili all’umanità. E’ il segno della speranza.

        
c. Responsabilità personale per la salvezza

Nessuno è redento contro la sua volontà. La salvezza che l’amore infinito di Dio offre attraverso suo Figlio nello Spirito Santo deve essere accettato in piena libertà. Il dono liberamente accettato dell’amore di Dio che redime e salva, in sostanza il dono di Dio, dello Spirito Santo stesso,  mette in moto un processo salvifico di tutta la vita. Per opera dello Spirito Santo, e cioè per grazia di Dio, attraverso le buone opere, una persona può raggiungere la sua crescita spirituale personale. Tuttavia, la grazia si può anche perdere attraverso il peccato ed è sempre nuovamente concessa attraverso una vera conversione. Quindi, una intera vita cristiana è una battaglia contro la tentazione di dimenticare Dio, disobbedire alla sua volontà. In questo senso, la vita cristiana è un continuo allontanarsi da Dio e a Dio ritornare. Questo richiede sempre un rinnovamento e un approfondimento. Tuttavia, anche quando avremo fatto ogni cosa, rimarremo comunque “servi inutili” (vedi Luca 17,10).

        
d. La buona novella della salvezza vale fondamentalmente per tutti gli uomini

Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e che raggiungano la conoscenza della verità (1 Tm 2,4).  Egli non vuole che il peccatore muoia ma che il peccatore si converta e rimanga vivo. (si veda Ezechiele 33,11, 2 Pietro 3,9). Questa universalità della volontà di Dio per la salvezza è stata ancora una volta sottolineata dal Concilio Vaticano Secondo:

    “Infine, quanto a quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, anch'essi in vari modi sono ordinati al popolo di Dio. In primo luogo quel popolo al quale furono dati i testamenti e le promesse e dal quale Cristo è nato secondo la carne, popolo molto amato in ragione della elezione, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili. Ma il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani, i quali, professando di avere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso che giudicherà gli uomini nel giorno finale. Dio non è neppure lontano dagli altri che cercano il Dio ignoto nelle ombre e sotto le immagini, poiché egli dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa, e come Salvatore vuole che tutti gli uomini si salvino. Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll'aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna. Né la divina Provvidenza nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che non sono ancora arrivati alla chiara cognizione e riconoscimento di Dio, ma si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita retta. Poiché tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione ad accogliere il Vangelo e come dato da colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita. (Costituzione Dogmatica della Chiesa: Lumen Gentium, 16).

Lo scegliere ciascuno, e il concedere la vocazione a ciascuno, naturalmente conferma anche che Dio accetta e prende seriamente in considerazione ogni persona come persona. Questo è il motivo per cui egli vuole che ogni persona dia liberamente la sua risposta e la sua accettazione. Sì, nel suo amore, Dio rende dipendente dalla nostra libertà la realizzazione della sua volontà per la salvezza. Questo significa che possiamo anche perdere la salvezza a causa dei nostri peccati.

Domanda 22: “Se la Trinità è la natura di Dio, allora le caratteristiche (o i caratteri distintivi) dell’umanità, creata ad immagine di Dio, devono anche assomigliare alla Trinità di Dio. Quali sono queste caratteristiche (o caratteri distintivi)? In altre parole: cos’è che rende l’umanità simile a Dio?” (TR)

Risposta:
E’ chiaro che l’idea cristiana dell’uomo, in particolare la comprensione dell’individuo, è molto influenzata dalla rivelazione di Dio Uno e Trino. E’ un’antica opinione che la comprensione che una persona ha di se stessa è intimamente legata alla fede religiosa e alla  visione di Dio che ne deriva. Effettivamente, una persona scopre se stessa “lungo la strada” attraverso la propria esperienza e conoscenza del divino. Il teologo Emil Brunner scrive: Per ogni cultura, per ogni periodo della storia si applicano le [seguenti] parole: Parlatemi del vostro Dio e vi dirò lo stato della vostra umanità”.

L’immagine di Dio e l’immagine dell’uomo sono reciproci. Il pensiero cristiano ha presto scoperto quindi che anche l’essere persona, nell’immagine della divina Trinità, non è solo e principalmente determinato da un essenziale Io sono o Io-sono-in-me, ma è determinato piuttosto dal relazionarsi, come avviene in Dio, a partire dagli altri e verso gli altri. Uno diventa una persona nel pieno senso del termine attraverso il riconoscimento reciproco, nell’essere con gli altri e per gli altri. Quindi, l’altro è parte importante nel mio essere persona. Negli altri e attraverso gli altri, io trovo me stesso, la mia vita diventa ricca, piena e completa. L’altra persona è dunque una parte importante del mio essere persona. Sì, si può vedere dal Dio Uno e Trino che l’essere in sé e per sé non è in contraddizione e che questi concetti non sono in relazione inversa l’uno con l’altro. Si potrebbe dire: più io sono io, meno dipendo dagli altri e meno devo tener conto degli altri; e più io sono dipendente dagli altri, meno sono me stesso. No, guardando al Dio Uno e Trino entrambe le dimensioni sono direttamente proporzionali: le persone che sono in Dio sono se stesse poiché sono pienamente l’una con l’altra e attraverso l’altra e quindi formano l’indivisibilità di una divinità. Da ciò si “ricava” che la relazione, l’essere-in-relazione-con-gli-altri, rappresenta la più alta forma di unità. E tutti noi aneliamo a questa forma di unità, che non è tanto “essere uno col mondo intero”, ma un’unità che è compiuta in un sistema di relazioni, in corrispondenze attraverso reciproci rapporti e nelle differenze.

Domanda 23: In tutto l’Antico Testamento si dice che Dio è uno, non una persona, e che assolutamente nessuno gli stia al suo fianco. Il termine Trinità è stato usato per la prima volta nel 200 d.C. da Tertulliano (un africano Padre della Chiesa vissuto all’incirca tra il 160 – 225).  Può indicare un passo dell’Antico Testamento che contenga, o che anche solo faccia riferimento al termine “Trinità”? (TR)

Risposta:
Com’è la rivelazione di Dio intesa come realtà una e trina, come comunità di amore, data nella fede dell’Antico Testamento? Il lettore dovrebbe leggere di nuovo il Cap. 5 III del nostro libro.

L’ebreo, il fedele dell’Antico Testamento che attendeva Dio, già conosceva Dio. Anche Gesù è cresciuto nella fede del popolo ebreo. Avendolo scelto, Dio portò il popolo ebraico – e quindi ogni devoto ebreo – alla consapevolezza di questa vocazione: Dio si è assunto la responsabilità per la loro esistenza attraverso l’Alleanza. Tanto tempo fa, Dio ha parlato ai loro antenati in molti modi attraverso i profeti (Eb 1,1). Dio stava davanti al suo popolo come un essere vivente che lo provocava al dialogo. Tuttavia, fin dove sarebbe arrivato questo dialogo, quali sforzi Dio era pronto a compiere e quale risposta avrebbe dato il popolo, l’Antico Testamento non era ancora pronto a dare una risposta. Rimaneva una distanza incolmabile tra Dio e i suoi servi più fedeli. Dio è un “Dio misericordioso e benevolo” (Esodo 34,6), ha la passione di uno sposo e la tenerezza di un padre (mi riferisco qui a Osea 11 e Geremia 2,1-9). Tuttavia, quali segreti serbava Dio dietro queste immagini, che esaudivano il desiderio più profondo dei fedeli e ne costituivano il nutrimento, ma che ancora celavano la realtà stessa?

Questo segreto è stato rivelato in Gesù Cristo. Come effetto della sua comparsa nella storia, ha luogo un giudizio, una divisione dei cuori. Coloro che hanno rifiutato di credere in Gesù possono dire di suo Padre: “E’ il nostro Dio”; ma lo conoscono appena e asseriscono, per così dire, solo una bugia (Giovanni 8,54 e ss.; vedi 8,19). Coloro che credono in Gesù, invece, non sono più impediti dal segreto, o meglio, sono invitati a partecipare del segreto stesso, dell’impenetrabile segreto di Dio, sono a casa loro in questo segreto, e vi sono introdotti dal Figlio “(…) vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre, l’ho fatto conoscere a voi” (Giovanni 15,15). Non vi sono più né immagini né segreti. Gesù parla apertamente di suo Padre (Giovanni 16,25). Non ci sono più domande da porgli (Giovanni 16,23), non c’è più alcuna incertezza (Giovanni 14,1), i discepoli hanno visto il Padre (Giovanni 14,7).

“Dio è amore”: questo è il segreto (1Giovanni 4,8-16) cui noi accediamo solo per mezzo di Gesù, e vi accediamo in quanto “chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in Lui ed egli in Dio. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio in lui”. (1Giovanni 4,15-16).

Dalle letture meditative sul Nuovo Testamento si evidenzia che il Dio di Gesù Cristo, cioè il Dio che Gesù incontra nelle scritture dell’Antico Testamento, è suo Padre. Quando Gesù si rivolge a Lui, lo fa con la familiarità e l’immediatezza del Figlio, “Abba”. Ma egli è anche il suo Dio perché il Padre, che possiede la divinità senza riceverla da alcuno, la concede in tutta pienezza al Figlio, che è generato prima dell’eternità, come lo Spirito Santo al quale entrambi sono uniti. Così Gesù rivela l’identità di Dio padre, il segreto divino, il segreto dell’Uno e Trino. San Paolo ripete tre volte l’espressione: “il Dio e Padre di nostro Signor Gesù Cristo” (Romani 15,6, 2Corinzi 11,31, Efesini 1,3). Cristo ci rivela la divina Trinità con il solo mezzo che noi – se così si può dire – siamo in grado di percepire; cioè il modo che Dio ha prestabilito per noi creandoci a sua immagine e, più precisamente, per mezzo di un rapporto filiale.

Tuttavia, poiché agli occhi del Padre, il Figlio è l’immagine ideale della creatura davanti a Dio, Gesù rivela l’immagine ideale di un Dio che riconosce la vera sapienza e che ha rivelato se stesso a Israele. Il Dio di Gesù Cristo ha quei tratti che Egli ha rivelato di sé nell’Antico Testamento con un’abbondanza e un’originalità che l’umanità non avrebbe mai osato immaginare. Dio è per Gesù, in una maniera che non è per nessuno di noi, “l’inizio e la fine”, colui dal quale Cristo proviene e al quale ritorna. Egli è colui che tutto spiega, da cui ogni cosa ha origine, colui la cui volontà deve essere soddisfatta in ogni circostanza e colui che è sempre adeguato. Egli è il solo santo, il solo bene. Il solo Signore. Egli è il solo contro cui nulla vale. Tuttavia, Gesù sacrifica se stesso per dimostrare quanto maestoso e sublime sia il Padre, in altre parole, affinchè “il mondo sappia che io amo il Padre” (Giovanni 14,31). Ogni fulgore della creazione contrasta il potere di Satana ed elimina l’orrore della sofferenza e della morte; sì, la morte di colui che ingiustamente è stato condannato alla crocifissione. Il Padre è il Dio vivente, che costantemente vigila sulla sua creazione, pieno di amore verso i suoi figli. E’ il suo fervore che consuma Gesù fino a consegnare il regno a suo Padre (Luca 12,50).

L’incontro tra il Padre e il Figlio è consumato nello Spirito Santo. Nello Spirito Santo Gesù sente il Padre che gli dice “Tu sei mio figlio” e riceve la soddisfazione del padre (Marco 1,10). Nello Spirito Santo egli lascia ascendere al Padre la sua gioia di essere il Figlio (Luca 10,21 e ss.). Come Gesù può essere unito al Padre solamente nello Spirito Santo, così non può rivelare il Padre senza anche rivelare al contempo lo Spirito Santo. Quando il Padre ed il Figlio sono uno nello spirito, essi lo sono nel darsi, nel dono. Allora questo significa che la loro unità è un dono e porta altri doni. Perciò se lo spirito, che è un dono, suggella l’unità tra il padre ed il figlio, allora ciò significa che il loro stesso essere è un dono, che la loro essenza comune esiste affinchè possano darsi l’uno all’altro, esistere nell’altro, amare l’altro. Questa forza di vita, di comunicazione e di libertà è lo Spirito Santo.

Domanda 24: Può indicare un battesimo nel Vangelo fatto in nome della Trinità? Tutti i battesimi sono stati fatti in nome di Gesù il Messia (Cristo)” (TR)

Risposta:
Il battesimo purifica, rende sacri e giusti davanti a Dio. Rende colui che riceve Dio attraverso il nome del Signore Gesù Cristo e dello Spirito Santo, gradito a Dio e giusto davanti a Lui, come si direbbe (nella terminologia teologica) “giustificato” davanti a Dio. Chi riceve il battesimo pertanto diventa “un membro di Cristo” e “tempio dello Spirito Santo” (vedi 1Cor inzi 6,12-20, in particolare i versetti 15 e 19). Chi riceve il battesimo diventa figlio adottivo del padre (Gal 4,5-7), fratello e co-erede con Cristo in intima unità con lui (Romani 8,2; 9,17; Galati 3,28). Il battesimo nel “nome di Gesù” (Atti 10,48,19,5) significa battesimo in quanto vuol dire “essere membro di”, o meglio ancora “appartenere a” Cristo, ed anche per differenziarsi dal battesimo di Giovanni (il Battista). Parlare di questo metodo di battesimo non significa che l’espressione precisa del primo battesimo dovrebbe essere ripetuta qui in cui sarebbe nominato solamente Cristo. Al contrario, la tradizione apostolica riteneva che le parole trinitarie (cioè le parole “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”) usate sin dagli inizi nella liturgia battesimale, corrispondessero esattamente al comandamento del cerimoniale di Cristo, come riportato in Matteo 28,19.

Domanda 25: Chi è arrivato a credere in Gesù Cristo può perdere di nuovo la sua salvezza?” (TR)

Risposta:
La fede in Gesù Cristo come figlio di Dio, salvatore e guaritore del genere umano, è allo stesso tempo sia dono della generosità di Dio, sia, da parte dell’uomo, effetto di questo dono liberamente accettato e connesso alla conversione dal peccato e al ritorno a Dio. Dio rispetta la libertà della volontà. Nel dare, Egli esige la piena responsabilità personale. Non ci costringe, quindi, ad accettare la fede né ce la concede automaticamente. Questa è la natura della vera fede che è concessa liberamente e liberamente accettata.

Già solo questo è la risposta alla domanda. Una persona può abbandonare o anche rifiutare la propria fede, anche dopo averla accettata liberamente. Chiunque, per sua libera volontà, abbandona o addirittura rinuncia coscientemente alla fede in Gesù Cristo come Figlio di Dio, nel farlo rifiuta anche il dono della salvezza che gli è stata offerta e che prima era stato accettato liberamente. Questa persona sceglie la distanza da Dio o addirittura lo sfida consapevolmente. L’inferno significa precludersi per sempre all’amore di Dio e quindi essersi posti nell’assoluta disgrazia della distanza da Dio; sì, è inferno persino l’inimicizia nei confronti di Dio.

Nelle Sacre Scritture, o nella dottrina tradizionale della Chiesa, non si parla esplicitamente di qualcuno in particolare che sia finito veramente all’inferno. Al contrario, l’inferno è sempre tenuto presente come reale possibilità unito, però, all’offerta di conversione e di vita.

Domanda 26: Ho una domanda relativa all’interpretazione dello Spirito Santo. Esso apparentemente è stato compreso in modo diverso dalla Chiesa Ortodossa e dalla Chiesa Cattolica Romana: la Chiesa Cattolica Romana dice che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. La Chiesa Ortodossa dice invece che lo Spirito Santo procede solo dal Padre. Questo credo apparentemente ha avuto un ruolo importante nei conflitti sulla vera dottrina del 1054. La Chiesa Ortodossa ha affermato che il Vangelo sostiene il suo punto di vista: “Quando verrà il consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza” (Giovanni 15,26). Come spiega questa dichiarazione tratta dal Vangelo? (TR)

Risposta:
Originariamente, spirito nella tradizione biblica significa vento, aria, tempesta e ancora soffio, inteso come segno di vita. Quindi, lo spirito di Dio nella tempesta e nel soffio di vita, è quello che crea, sostiene e alimenta ogni cosa. E’, soprattutto, quello che interviene nella storia e crea dal nulla. Nell’Antico Testamento, lo Spirito Santo ha operato soprattutto attraverso i profeti. Nel Credo, noi dichiariamo: “Ha parlato per mezzo dei profeti”. L’Antico Testamento spera nello Spirito Santo che, alla fine dei tempi, produrrà il grande rinnovamento per mezzo di un’emanazione generale dello Spirito (vedi Gioele 3,12).

Il Nuovo Testamento profetizza questo rinnovamento alla fine dei tempi nella venuta di Gesù. La sua comparsa e il suo effetto sono accompagnati sin dal principio dalla forza dello Spirito Santo: nel battesimo ad opera di Giovanni (vedi Marco 1,10), nell’Annunciazione (vedi Luca 4,18), nella battaglia contro i demoni (vedi Matteo 4,1; 12,28), nel sacrificio sulla croce (vedi Ebrei 9,14) e nella resurrezione (vedi Romani 1,4; 8,11). Il nome “Cristo” (che è la traduzione greca dell’ebraico Messia) era originariamente un titolo. Gesù è il Messia, cioè: l’unto dallo Spirito. Tuttavia, Gesù Cristo non è un portatore dello Spirito come i profeti. Egli possiede lo Spirito di Dio in abbondanza incommensurabile. In quanto Risorto, egli è pertanto la fonte dello Spirito divino, dissemina lo Spirito come dono di Dio agli apostoli, lo invia alla sua Chiesa nella Pentecoste (Atti 2,32-33).

La missione dello Spirito Santo è di ricordare a tutti quello che Gesù disse e fece. In questo modo, noi possiamo entrare nella piena verità (vedi Giovanni 14,26; 16-13-14). In esso, Gesù Cristo rimane presente nella Chiesa e nel mondo (vedi 2Corinzi 3,17). Per questo lo Spirito Santo è chiamato lo Spirito di Gesù Cristo (vedi Romani 8,9; Filippesi 1,19) ed anche lo Spirito del Figlio (vedi Galati 4,6). E’ anche detto lo Spirito della fede (vedi 2Corinzi 4,13). Attraverso lo Spirito noi possiamo conoscere Gesù Cristo come Signore (vedi 1Corinzi 12,3) e possiamo pregare “Abba, Padre” (vedi Romani 8,15, Galati 4,6). Lo Spirito Santo è il dono della vita nuova. Padre e Figlio ce l’hanno inviato. Nel darci il suo Spirito, Dio ci dà se stesso. Attraverso il dono dello Spirito, noi riceviamo l’amicizia di Dio, siamo parte della sua vita, siamo diventati figli di Dio (vedi Romani 8,14, Galati 4,6). Questo è possibile solo perché lo Spirito non è un dono creato ma un dono divino, in cui Dio condivide se stesso con noi.

    “La speranza poi non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Romani 5,5).

Tuttavia, lo Spirito di Dio non è solo dono ma anche donante. Non è solo una forza con cui ciascuno può essere strumento di cambiamento ma strumento di cambiamento esso stesso. Non è qualcosa ma qualcuno: è persona. Egli dispensa i suoi doni come gli piace (1Corinzi 12,11); egli insegna e ricorda (Gv 14,26); egli parla e “prega” (vedi Romani 8,26-27); possiamo causargli dispiacere (vedi Efesini 4,30).

Anche questa questione portò al conflitto, specialmente nel IV secolo. Alcuni ritenevano che lo Spirito Santo era solo un servitore subalterno al figlio, una specie di angelo. Altri sostenevano i tre grandi Padri della Chiesa: Basilio “il Grande” (circa 330-379 d.C.), Gregorio di Nazianzo (329-389 d.C.), Gregorio di Nissa (c. 330-c. 395 d.C.). La loro argomentazione era: se lo Spirito Santo non è un essere divino come il Padre e il Figlio, allora non ci può dare l’alleanza con Dio e la partecipazione alla vita di Dio. Così istruita, la Chiesa era in grado di riconoscere nel Secondo Concilio Generale, il Concilio di Costantinopoli (381 d.C.), che lo Spirito Santo è Signore, cioè di natura divina, che non è solo dono ma anche donatore della vita e che insieme al Padre e al Figlio è degno di adorazione e di glorificazione. Questa fede è espressa nel “Credo di Nicea”:

    “Noi crediamo nello Spirito Santo, che è il Signore e dà la vita,
    che procede dal Padre e dal Figlio.
    Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato.”

L’espressione “e il Figlio”, il famoso filioque (in latino), non era ancora stata inserita nel Credo originale da Costantinopoli. E’ comparsa come espressione dottrinale in Spagna tra il V-VII secolo, ma è stata inclusa nella professione di fede cattolica romana solo nell’XI secolo. Questa aggiunta costituisce oggi una differenza con la Chiesa Ortodossa. Gli ortodossi usano la frase “dal Padre attraverso il Figlio”. In questo modo essi vogliono sottolineare più chiaramente che tutto ha la sua origine e la sua fonte solo in Dio Padre. La Chiesa Cattolica Romana e le altre Chiese Occidentali vogliono sottolineare più fortemente che il Figlio è della stessa sostanza del Padre ed è uguale a lui. Oriente e Occidente sono uniti su questo punto fondamentale. Tuttavia, essi usano termini teologici e modelli di pensiero diversi. Quindi, secondo la fede della Chiesa Cattolica Romana, c’è la convinzione di un’unità nella diversità, ma nessun disaccordo divide le Chiese.

Questa comune professione tra Oriente e Occidente vuole dichiarare che lo Spirito Santo non è un qualche dono di Dio ma il dono di Dio in persona dal momento che la vita e il suo mistero trovano la loro piena realizzazione innanzitutto nella partecipazione alla vita e al mistero di Dio. Tuttavia, lo Spirito Santo non è solo dono di Dio, ma anche il divino donatore di questo dono, il donatore della vita. Come il Padre è l’origine e la fonte del Figlio, e ogni cosa che Egli è, la dà al Figlio, allo stesso modo il Padre e il Figlio, cioè il Padre attraverso il Figlio, trasmette la sua pienezza di vita e di essere divino, ed insieme generano lo Spirito Santo. Così come  lo Spirito è un puro ricevere dal Padre e dal Figlio, così lo Spirito è, per noi, fontana vivace, datore di vita. Esso è energia stimolante e creativa di vita nuova e trasformazione dell’umanità e del mondo alla fine dei tempi.

Il ben noto inno latino “Veni Creator Spiritus”, del IX secolo, esprime in modo eccellente ciò che significa questa vita data dallo Spirito Santo.

    Vieni, o SPIRITO CREATORE,
    visita le nostre menti,
    riempi della tua grazia
    i cuori che hai creato.

    O dolce Consolatore,
    dono del Padre altissimo,
    acqua viva, fuoco, amore,
    santo crisma dell'anima.

    Dito della mano di Dio,
    promesso dal Salvatore
    irradia i tuoi sette doni,
    suscita in noi la parola.

    Sii luce all'intelletto,
    fiamma ardente nel cuore;
    sana le nostre ferite
    col balsamo del tuo amore.

    Difendici dal nemico,
    reca in dono la pace,
    la tua guida invincibile
    ci preservi dal male.

    Luce d'eterna sapienza,
    svelaci il grande mistero
    di Dio Padre e del Figlio uniti
    in un solo Amore.

    Sia gloria a Dio Padre,
    al Figlio, che è risorto dai morti
    e allo Spirito Santo
    per tutti i secoli.
    Amen.

Nessun concilio, nessun catechismo e nessuna teologia possono esprimere in modo migliore di questi versi cosa intendiamo quando diciamo “Noi crediamo nello Spirito Santo, Signore e datore di vita”.

[Home - Introduzione] [La Sacra Scrittura] [La divinità di Gesù] [Croce, peccato, redenzione] [Muhammad - Profeta?] [Dio, Uno e Trino] [La Chiesa] [L'eucaristia] [La preghiera] [La religione e il mondo] [Il celibato] [Pluralismo religioso] [L'essenza del Cristianesimo] [Indice tematico delle domande] [Indice delle domande] [Domde & Rispse 1] [Domande & Risposte 2] [Domande & Risposte 3] [Domande & Risposte 4] [Domande & Risposte 5] [Domande & Risposte 6] [Domande & Risposte 7] [Domande & Risposte 8] [Domande & Risposte 9] [Domande & Risposte 10] [Domande & Risposte 11] [Domande & Risposte 12] [Domande & Risposte 13] [Domande & Risposte 14] [Domande & Risposte 15] [Domande & Risposte 16] [Domande & Risposte 17] [Domande & Risposte 18] [Domande & Risposte 19] [Impressum]