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Domanda 27: “Da quando ho iniziato a leggere la Bibbia, mi preoccupa una questione: Come può essere possibile ciò che l’Antico Testamento dice, e in particolare, che le figlie di Lot hanno fatto ubriacare loro padre e che abbiano dormito con lui e che abbiano generato figli? Esiste un’altra spiegazione a questo fatto? Nello spiegare perché le figlie abbiano fatto questo, viene sottolineato che nella città non si trovava più un uomo sessualmente potente. Tuttavia, viene anche riferito che, dopo la distruzione di Sodoma e Gomorra, Abramo vide il fumo uscire dalle città bruciate. Perché le figlie di Lot commisero questo peccato così chiaramente orrendo? E come può un profeta essere coinvolto in questo orrendo peccato?“ (TR)
Risposta: Il testo biblico a cui il lettore fa riferimento si trova in Genesi 19,30-38 (nella Bibbia di Gerusalemme è intitolato: L’origine vergognosa di Moah e Ammon).
a. Da un punto di vista storico-letterario, questo si riferisce ad un’appendice del Libro della Genesi, che è stato forse tramandato dai Moabiti e dagli Ammoniti (Numeri 20,23ss.), che considererebbero tale origine come un onore; si veda Genesi 38. Come Tamar (vedi Genesi 38, 1Corinzi 2,4 e Matteo 1,3) le figlie di Lot non sono presentate come licenziose. Innanzitutto, esse volevano assicurare la loro discendenza, cioè, la continua esistenza della loro stirpe. Agli occhi del testo, questo sembra legittimo. Il versetto 31 presuppone che Lot e le sue figlie siano gli unici sopravvissuti alle catastrofe. La storia di Sodoma, che è distrutta a causa dell’immoralità dei suoi abitanti, potrebbe originariamente essere stata una storia del Giordano orientale parallela a quella del Diluvio.
b. Diversamente dal Corano, la Bibbia registra le esperienze dei popoli in parole ed atti nella loro lunga storia con Dio e con la sua rivelazione. Inoltre, la Bibbia è un testimone per il processo di apprendimento degli Israeliti per quanto riguarda la verità su Dio, le persone e i rapporti tra Dio e il genere umano. Pertanto, è chiaro che la Bibbia presenta le maggiori personalità della storia biblica, compresi i patriarchi e i profeti, anche come persone con debolezze e peccati. Dietro questo c’è la fede che la benevolenza e la misericordia di Dio sono più forti delle debolezze e dei peccati degli esseri umani. Dio realizza i suoi piani nonostante ed attraverso la debolezza ed i peccati dell’umanità. Ne deriva che nella teologia cristiana non esiste alcun insegnamento relativo al fatto che i profeti siano senza peccato. Solo per dare un esempio: la Bibbia dà un resoconto dettagliato del grande peccato di Davide in relazione a Uria e Betsabea (2Sam 11). Tuttavia, riferisce anche il pentimento pubblico e personale di Davide e il suo ravvedimento. Il Salmo 51, il più conosciuto dei Salmi del pentimento, viene attribuito a Davide.
Solo Gesù di Nazaret, il Cristo, Figlio di Dio, è senza peccato, secondo la testimonianza del Nuovo Testamento. Il seguente hadith, preso dalla collezione Sahih Muslim è significativo (Fada’il, 146 “Quando nasce un bambino, Satana lo tocca… tranne Gesù, il figlio di Maria che Satana non riuscì a toccare”). Inoltre, Maria era la madre di Gesù, “piena di grazia” (Lc 1,28), perché ha trovato favore presso Dio nella sua scelta imperscrutabile, e poiché, piena di fede, era pienamente obbediente alla chiamata di Dio, pienamente avvolta dall’amore e dalla grazia di Dio, che si é rivelato a noi in e attraverso Gesù Cristo. Secondo l’insegnamento della Chiesa Cattolica e della Chiesa Ortodossa, Maria è rimasta senza peccato personale per il resto della sua vita. Lei è, come dice la Chiesa d’Oriente “tutta santa”. Cioè piena di santità fin dall’inizio e in tutte le dimensioni.
Domanda 28: “Se Allah ama l’umanità, perché invia così tanti profeti? Perché ha permesso ai popoli di diverse religioni di uccidersi l’un l’altro per migliaia di anni? Per di più, nella Torah (l’Antico Testamento), Allah dà anche comandi come ‘Uccidete tutte le persone in questa città!’ Come si può dire allora che Dio ama l’umanità?” (TR)
Risposta: (Questa risposta è ampiamente basata su di un saggio sulla questione delle violenza nell’Antico Testamento del Prof. Dr. Norbert Lohfink dell’Università Filosofico-Teologica Sankt Georgen di Francoforte).
1. L’invio dei profeti è visto sia dal Corano che dal Nuovo Testamento come un’espressione della misericordia di Dio. Anche se il popolo continua a dimenticare Dio e ripetutamente trasgredisce o distorce il Suo comandamento, Dio nella sua bontà continua ad inviargli i profeti. Essi hanno il compito di ricordare al popolo Dio e le Sue leggi; di ricordare che, come creazione di Dio, esso deve la sua completa esistenza a Dio ed è pertanto obbligato ad obbedire agli insegnamenti di Dio e a rispondergli nel Giudizio Universale. Soprattutto, i profeti ricordano al popolo il comandamento che la vita umana è sacrosanta, che essi sono legati al dovere di esercitare la giustizia e di rispettare in particolare i diritti dei poveri e degli indifesi.
Anche la Bibbia dedica molto spazio all’invio dei profeti. Il Nuovo Testamento presenta la missione di Gesù come la conclusione e l’apice assoluto della serie di profeti: si veda Ebrei 1,1-4: “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte ed in diversi tempi ai Padri, per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio che è irradiazione della sua gloria ed impronta della sua sostanza, e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, si è assiso alla destra della Maestà nell’alto dei cieli, ed è diventato tanto superiore agli angeli quando più eccellente dell’oro è il nome che ha ereditato” (Ebrei 1,1-4) In questo modo, Dio rivela in Gesù Cristo il suo amore per l’umanità, in un modo che va oltre ogni comprensione puramente umana. Legga nel Libro il Cap. 12, III, 2.
2. La seconda parte della domanda riguarda il ruolo che la violenza ha nella Bibbia e come il messaggio biblico della non violenza deve essere correttamente interpretato. Innanzi tutto, deve essere stabilito un principio fondamentale, e cioè che la Bibbia sostiene un mondo di pace e non di violenza. Questo deve essere esplicitamente dichiarato poiché ci sono sempre voci che accusano le religioni monoteistiche, in particolare il Cristianesimo, di intolleranza; sì, addirittura anche di introdurre la guerra nel nostro mondo. Qui è importante fare una distinzione. V’è una responsabilità per noi umani di perseguire la pace. Ma c’è anche un altro patto divino complementare: Dio ha promesso che vi sarà pace nella storia dell’umanità. Tuttavia, dobbiamo aggiungere immediatamente una cosa. Dio non ha promesso questo a tutti i popoli nello stesso tempo. Questo patto si applica soprattutto ad un popolo particolare. E’ un popolo messianico. Solo attraverso questo popolo la pace può raggiungere tutta l’umanità. In questo modo è già dato un motivo trainante per tutta la teologia biblica relativa alla pace e alla violenza: il ruolo del popolo di Dio nel risolvere il problema della violenza. Questo è dichiarato già dall’inizio.
Narrazione della violenza nella preistoria biblica, Genesi 1-11
La “preistoria” biblica non è fatta di ipotesi sul Big Bang o sull’evoluzione dell’umanità a partire dal regno animale o sulla scoperta del fuoco, ma consiste di storie narrate con immagini. Queste immagini, date all’inizio del racconto, in realtà non narrano un evento semplicemente accaduto alle origini ma, attraverso queste storie, si intende presentare una realtà valida “in ogni luogo e in ogni tempo”. Perciò, con questi racconti, vengono fatte affermazioni fondamentali applicabili all’uomo di ogni tempo.
Narrazioni antiche di questo tipo sono sempre esistite. Se si confrontano gli antichi racconti dei diversi popoli, si scopriranno tuttavia delle differenze notevoli. Così, per esempio, nelle antiche storie della Mesopotamia vi sono due temi principali, e cioè che l’uomo è condannato a sudare e a lavorare, e il problema della sovrappopolazione. Tuttavia, nella Bibbia il tema principale è la propensione dell’umanità alla violenza. Questo può sembrarci sorprendente. Non ci rendiamo abbastanza conto che la storia del paradiso e della caduta dalla grazia non finisce con la cacciata dal paradiso, ma con la storia di Caino. E, inoltre, che la storia di Caino non finisce con Caino che uccide suo fratello Abele, ma con il cantico di Lamech alla fine del capitolo 4 della Genesi. Il peccato originale dell’uomo non è un “peccato iniziale” ma è il prototipo del peccato. E in quanto tale ha una duplice valenza: indica il rapporto “Dio-Uomo” nella descrizione del peccato nel paradiso, e ciò che ne consegue, cioè il rapporto “Uomo-Uomo”, descritto nel Capitolo 4 nella narrazione di Caino e Abele. Chiaramente, un omicidio può essere introdotto solamente con la seconda generazione dell’umanità. La disobbedienza contro Dio ed il fratricidio sono i due lati della stessa medaglia. Quando la fiducia in Dio non prevale, scompare anche la fiducia come base dei rapporti umani. Allora si genera un conflitto e alla fine si arriva alla distruzione dei rivali attraverso la violenza.
Naturalmente la cosa più importante della storia di Caino non è la presentazione dei fatti, ma ciò che avviene dopo: Dio protegge Caino dalle conseguenze del primo atto di violenza. Nel lungo periodo, le conseguenze potrebbero comportare una crescente spirale di violenza. Dio introduce un primo freno alla violenza: la vendetta. E’ prima di tutto un’opera preventiva. La minaccia di vendetta è il mezzo per controllare la violenza. Da questa prima istituzione umana, in poche, brevi frasi, la narrazione di Caino descrive l’intera storia della cultura e della civilizzazione umana. Non possiamo soffermarci a descrivere come venga sviluppato questo tema, in un secondo racconto, la storia del Diluvio universale (Genesi 6,11-13) con il suo personaggio principale Noè.
In ogni caso, possiamo riassumere dicendo che, sin dalle origini della storia biblica, la tendenza a risolvere i problemi con l’uso della forza è uno dei fattori di base costanti nel destino del genere umano e che il controllo della violenza attraverso la minaccia di una contro-violenza, riconosciuta anche al giorno d’oggi come unica soluzione efficace, è indispensabile per raggiungere la pace tra i popoli, che è poi la volontà di Dio. Con questa preistoria biblica sono costruite le basi dei princìpi affinchè i capi e chi li consiglia, pensino a come la sempre ricorrente tendenza alla violenza possa essere arginata da una costante minaccia di contro-violenza e, alla fine, che riconoscano che non vi è altra soluzione oltre alla punizione della forza. Questa è, se vogliamo, la soluzione al problema della violenza mostrata nelle storie di Caino e di Noé, descritte nel Libro della Genesi.
Siamo quindi arrivati alla fine della descrizione biblica sulla violenza? Al contrario: la Bibbia comincia solo ora a dare la sua reale testimonianza. Davvero Dio vuole lasciarla presente in questo mondo che fondamentalmente è incapace ad affrontarla e, anzi, frequentemente, diventa un inferno di violenza? Nella storia del Diluvio universale appare chiaro un nuovo divino principio di azione: quando la creazione gli scappa di mano, Dio non cerca di cambiare le cose. Piuttosto, fa sua una situazione e da qui comincia qualcosa di nuovo. La terra fu distrutta, ma c’era Noè. Perciò Dio l’ha elevato, l’ha salvato dalla distruzione ed ha nuovamente iniziato con lui. Allo stesso modo fece con Abramo. In mezzo a tutta l’umanità, Dio colloca un gruppo in movimento, iniziando con Abramo, per portare la pace ad un livello più alto, non più attraverso il castigo della violenza. La loro pace è realmente l’unica pace che può essere chiamata tale nel senso pieno della parola. Dio crea un popolo eletto come luogo di vera pace.
Il primo problema che sorge qui è quello dell’unica via. Dio non è preoccupato per tutto il suo popolo? In particolare, in un mondo dominato dal pensiero e dall’azione globale, non dovremmo sempre pensare in termini di tutta l’umanità? Perché Dio ha scelto una singola famiglia, quindi una singola razza ed ha un’unica storia con loro? E’ significativo in questa connessione che la costruzione della Torre di Babele è narrata direttamente prima della chiamata di Abramo. La costruzione della torre era un tentativo dal basso per agire una volta per tutte a favore di tutta l’umanità, che diventò un’azione contro il cielo, contro Dio ed è finita nella confusione delle lingue, cioè in sommossa. Anche se il nuovo inizio con Abramo è con un individuo, il suo obiettivo è per tutta l’umanità. I testi del deutero-Isaia e Michea che parlano delle spade che saranno trasformate in vomeri o le lance in forconi dimostrano il desiderio finale del viaggio che era stato iniziato con la chiamata di Abramo. Entrambi i profeti vedono una visione di Gerusalemme conquistata per Dio nel lontano futuro. Quindi il Monte Sion dominerà su tutte le altre montagne del mondo. In parole semplici: il popolo di Abramo sarebbe diventato una società che tutti gli altri popoli avrebbero guardato affascinati. Essi si dirigono verso Gerusalemme per imparare lì cosa è una società giusta. Le istruzioni che essi ricevono sono di abbandonare la forza delle armi per imporre la giustizia. Questa rinuncia non è realizzabile se non attraverso il fascino di un popolo che è già stato trasformato da Dio, che dimostra nella sua felice esistenza che questa cosa è possibile.
Tuttavia, nel mettere insieme questi due testi che sono distanti nella Bibbia si dimostra anche che questo riguarda una storia lunga e forse spesso distorta. In principio, questo popolo che Dio vuole trasformare nel suo modello storico ristretto di società, deve sopportare un processo di conversione quasi interminabile e doloroso che porta ad un nuovo rapporto con la violenza. Per iniziare, deve imparare a vedere a che livello il mondo umano è plasmato dalla violenza. La Bibbia strappa via il velo stesso dalla violenza. Nella Bibbia non si distoglie lo sguardo dalla violenza, la si guarda. E tutto ciò non è scoperto solo nelle altre razze ma nello stesso Israele. Dopo tutto, Israele viene da un mondo di violenza, si separa dalla violenza solo lentamente, e vi ricade di nuovo. Ora nella Bibbia questo non è nascosto, ma è chiamato per nome. E quindi ci può sembrare che in particolare l’Antico Testamento è un libro immerso nella violenza e nel sangue. Il lettore che non comprende cosa sta avvenendo qui può essere sconvolto e può tentare di tornare ad altri libri religiosi che sono più leggeri. Ma il punto è esattamente questo: che chi si lascia guidare dalla Bibbia, con il suo aiuto sarà in grado di comprendere il nostro attaccamento alla violenza. Ciò che è più difficile è che nei libri dell’Antico Testamento noi non guardiamo indietro da un’altezza che abbiamo raggiunto, ma in una certa misura stiamo camminando insieme con Israele. E il fatto è che la nostra comprensione del mondo è legata alla nostra immagine di Dio. Chiunque venera la violenza dalle profondità del suo cuore proietta anche una immagine di Dio con caratteristiche violente. Noi sperimentiamo ciò attraverso Israele nell’Antico Testamento ed è importante che passiamo attraverso questa fase perchè non siamo molto diversi.
Perchè le società umane esistenti, che sono tenute insieme dalla violenza, possano funzionare, è necessario, per quanto possibile, stendere un velo sulla violenza. Quindi, il primo passo dell’Antico Testamento verso un mondo libero dalla violenza era di esporre il fatto che l’esercizio della violenza determina la nostra realtà, ed anche la realtà in Israele. Per questa ragione, l’Antico Testamento dice molto di più sulla violenza di altre letterature nazionali o religiose. La violenza contro, all’interno, e da parte di Israele è narrata senza limiti nelle scritture dell’Antico Testamento. Questo dovrebbe essere valutato positivamente. Chiunque vede questo in un altro modo, deve chiedersi se voglia contribuire a stabilizzare certe strutture violente stendendo un velo sulla violenza. Un passo ulteriore verso l’esposizione della propensione di una società alla violenza avviene quando la violenza è vista come il peccato centrale umano.
Mentre il primo passo per insegnare ad Israele a diventare una società pacifica era in primo luogo di rendere apparente la violenza, come una realtà nelle nostre vite, il secondo passo era di denunciare la violenza. La violenza è denunciata, condannata, e siamo chiamati a rinunciare ad essa. Questo viene fatto in particolare nei libri dei maggiori profeti. In particolare, questi mettono in evidenza il rapporto intimo tra la violenza, da un lato, e l’ingiustizia e la mancanza di solidarietà dall’altro. Gli emarginati e gli indifesi si trovano in ogni società. In un modo o nell’altro, questo porterà sempre ad una disuguaglianza nelle opportunità e nelle prospettive di vita. Secondo la percezione biblica, la giustizia e quindi la pace sono possibili solo in una società in cui il forte aiuta il debole. Solo allora una società diventa “una società giusta”. La volontà di riconciliazione deve accompagnare la giustizia e la solidarietà. Spesso noi siamo responsabili delle tensioni e del trattamento duro che ne deriva, ma questo può anche avvenire senza alcuna colpa da parte nostra. Il problema è, come trattare questo e se la società è governata dalla volontà di rinnovare sempre il suo impegno per la comprensione reciproca e il perdono.
Il popolo di Israele ha dovuto imparare queste cose lentamente e dolorosamente. Il processo di apprendimento di Israele era verso il raggiungimento della pace. Interessava esperienze che nacquero solo nella catastrofe dell’esilio babilonese quando viene controllato tutto il potere di Israele e la sua gloria nazionale. Hanno compreso che è meglio essere una vittima che un conquistatore violento. Hanno anche compreso che questa pace che supera la pace nel nostro mondo, che è sempre minacciata dal cadere nella violenza, può venire solo dalle vittime e non dai conquistatori. Questa pace non può venire da noi umani. E’ possibile solo come miracolo di Dio.
Tutto questo diventa esperienza collettiva in esilio. Israele è caduto nel suo declino nazionale per colpa sua. In qualche parte lungo la linea tutto è rovesciato e i popoli vittoriosi sono diventati perpetratori di violenza. Tutto il popolo di Israele è ora vittima e aspetta la liberazione dal suo Dio. In quel momento si sviluppò l’intuizione che in una tale situazione Dio voleva intervenire, ancora una volta nella storia, attraverso Israele, nei popoli del mondo. Ed è precisamente qui che si trova uno dei testi più notevoli dell’Antico Testamento, il cosiddetto IV Canto del Servo Sofferente (Isaia 52,13-53,12). E’ il punto più alto della teologia della pace dell’Antico Testamento, ma allo stesso tempo è rimasto un po’ come un masso erratico. La sua piena profondità é stata per la prima volta compresa al tempo del Nuovo Testamento in termini di destino di Gesù. Il “servo di Dio”, che ricompare come un’immagine nella Libro di Isaia, è descritto come un individuo, ma nel contesto del Libro una figura simbolica del popolo di Israele, così come la sposa di Sion, che è sempre menzionata. Le dichiarazioni fatte relative alla figura del servo di Dio e il ruolo del popolo di Israele tra tutti i popoli sono quindi messianici nel senso che il popolo di Israele troverà la sua più alta incarnazione nel futuro Messia.
Quindi, secondo il Canto del Servo Sofferente, i popoli del mondo hanno cospirato contro questo servo di Dio. Essi lo hanno percosso e torturato, e infine lo hanno ucciso. Ma come quello che si lamenta nel canto del lamento, egli trova rifugio nel suo Dio. Egli non si vendica, accetta l’escalation della violenza contro di lui e non la evita. E Dio lo accetta. Improvvisamente noi sentiamo nel IV Canto del Servo Sofferente la confessione degli altri popoli e dei re del mondo. Essi riconoscono la loro complicità per quello che è avvenuto. Quello che è stato ucciso si era fatto carico dei peccati del mondo. Ma Dio lo ha salvato e ha lasciato che la vera pace venisse nel mondo attraverso lui e il suo destino. Attraverso di Lui si compirà il piano di Dio per la storia. Da questo servo di Dio che viene dal popolo di Israele, ora è anche possibile per gli altri popoli del mondo seguire una nuova strada di giustizia, libera dalla violenza, verso la pace vera.
L’acme della storia è raggiunto con la morte e la resurrezione del vero servo di Dio, il figlio dell’uomo: Gesù, il Messia. In lui si è compiuto quello che era iniziato nella storia di Israele. Ora, nella morte e resurrezione di Gesù, è realizzata la volontà di Dio per la pace nel mondo, e ancora di più, colui che non ha combattuto la violenza con la violenza ma, al contrario attraverso la non violenza, ha reso possibile una nuova società di vera pace, anche a costo della sua vita.
In breve: per quanto riguarda il libero arbitrio, Dio lo rende possibile per il mondo, per sconfiggere la violenza con la violenza. Tuttavia, egli ha anche offerto al mondo una pace più grande attraverso il suo popolo eletto, il suo Messia e la sua Chiesa. E’ una pace che il mondo non può dare. Viene attraverso la libera partecipazione fiducia-speranza-amore nella sofferenza non violenta, nella morte e nella resurrezione del Messia, Gesù Cristo. Si può comprendere questo e viverlo nella liberta della fede e della fiducia reciproca. Più popoli lo faranno, meglio sarà per la pace nel mondo in generale.
Domanda 29: Quando è stato tolto il divieto di mangiare la carne?” (TR)
Risposta: Rinunciare al piacere di mangiare la carne in certi giorni fa parte della pratica cattolica dell’astinenza. In termini fondamentali, l’astinenza, nella terminologia cattolica significa rinuncia temporanea o rinuncia permanente, data una certa scelta di vita, del soddisfacimento dei fabbisogni vitali che sono sperimentati e vissuti attraverso i sensi. Il motivo di questo si basa su un sistema di valori soggettivi dove la gratificazione di questi bisogni prende il secondo posto rispetto ad altri valori che sono altrimenti messi in ombra. L’esperienza dell’umanità parla in favore dell’astinenza: nessuno, uomo o donna, è come dovrebbe essere, così da vivere bene. Nessuno può sperimentare tutte le possibilità che ci sono aperte. Scegliere l’astinenza nelle sue forme pratiche richiede intelligenza e differenza di opinioni.
La legge della Chiesa chiede l’astinenza dal mangiare la carne. Secondo gli insegnamenti attuali, l’astinenza deve essere praticata tutti i venerdì dell’anno, a meno che non si tratti di un giorno festivo. L’astinenza dalla carne insieme con il comandamento del digiuno si applica il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo. Questo precetto deve essere rispettato da tutti i cattolici dall’età di 14 anni. Anche i bambini devono essere indotti ad una sensibile comprensione della penitenza. I precedenti altri comandamenti per l’insieme della Chiesa sono stati abrogati dal Paenitemini del 12.2.1966. Le conferenze episcopali hanno la facoltà di indicare altre forme di penitenza o di modificare la norma generale riguardante il comandamento dell’astinenza in funzione delle diverse usanze locali. Nel 1986/87 le conferenze episcopali di Germania, Berlino e Austria hanno descritto il rispetto del precetto dell’astinenza nei seguenti termini: astinenza del mangiare la carne (importante come simbolo messo in pratica in particolare nelle famiglie e nelle comunità), ridurre i consumi in generale, astenersi dai generi alimentari di lusso, e compiere opere di carità e di pietà (per esempio, andare a messa nei giorni feriali, leggere la Bibbia).
Domanda 30: “Possiamo cambiare la nostra religione?” (TR)
Risposta: Qui dobbiamo distinguere tra due aspetti.
1) Politico-religioso: Negli stati liberi democratici c’è piena libertà religiosa. Ogni cittadino può scegliere liberamente la propria religione, abbandonare qualsiasi religione come pure passare da una comunità religiosa all’altra. In molti Stati a maggioranza islamica, la libertà religiosa, in questa forma, non è ancora riconosciuta o protetta.
L’articolo 18 della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (del 1948) dichiara: “Ognuno ha il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; questo diritto comprende la libertà di cambiare il suo credo o la sua fede, e la libertà, sia da solo che in comunità con gli altri e in pubblico o in privato, di manifestare la sua religione o il suo credo negli insegnamenti, nella pratica, nel culto e nell’osservanza”.
2) Dal punto di vista della fede cattolica: Si vedano i nostri commenti al Capitolo 11, IV, 4 “Libertà religiosa”.
Domanda 31: “In risposta alla domanda 4 lei scrive: E’ una unità che è realizzata nella sua varietà e una varietà che tende all’unità. C’è varietà ed anche unità, diversità e anche uguaglianza. Come può essere possibile?” (TR)
Risposta: I punti principali dei miei commenti relativi alla Trinità di Dio sono, in questo contesto, che noi non dobbiamo e non possiamo immaginare Dio, l’unità di Dio, secondo una definizione quantitativa di unità. Dio è spirito e amore. La sua unità è nella forma della comunità. Nel Dio Uno e Trino la relazione, l’essere in relazione agli altri, è dimostrato come la più alta forma di unità. O messa in altro modo: la forma più alta di unità è realizzata nella comunicazione di molti che sono in rapporto reciproco l’uno con l’altro, e nell’unità di una rete di rapporti. Questo porta alla frase chiave del Nuovo Testamento nel suo pieno splendore: “Dio è amore” (1 Giovanni 4,16). Quando il Dio uno è amore, cioè dono reciproco di sé, le tre persone costituiscono l’ “incontro” in cui è consumato il ritmo dell’amore – dare, ricevere, ricambiare. Con questo, tutte e tre le persone sono una e lo stesso amore in tre esseri che sono indispensabili così che Dio può essere amore per tutti, e, inoltre, “può essere il più alto amore gratuito”. Il Dio uno è comunione, che significa che lui è l’unico schema amoroso presente tra le tre persone: l’amare, l’essere amato, l’amare con gli altri due.
Naturalmente, tutto questo non fa parte del nostro pensiero naturale, ma ci è rivelato da Dio stesso in Gesù Cristo attraverso lo Spirito Santo.
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