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12. L’essenza del Cristianesimo
Succede talvolta che un Musulmano che non ha mai posto alcuna domanda specifica sull’una o l’altra dottrina del Cristianesimo, possa domandare – per curiosità o per interesse personale – ‘Qual’è l’essenza del Cristianesimo? Qual’è la sua caratteristica principale? Cosa c’è al suo centro?’ Questo capitolo, pertanto, si propone di presentare come i Musulmani prima di tutto, e i Cristiani poi, concepiscono l’essenza del Cristianesimo.
II. Visione musulmana
In generale
1. In genere, il Musulmano è profondamente convinto che l’Islam sia l’ultima, più perfetta e più completa, tra le religioni rivelate. Altre religioni, soprattutto Ebraismo e Cristianesimo, erano valide già prima dell’Islam, ma oramai sono superate. La vera religione è l’Islam e solamente un Musulmano può avere la salvezza.
Allo stesso tempo, un Musulmano può aprirsi ad alcuni valori religiosi che incontra nella vita dei Cristiani. Questo, però, non fa che aumentare la sua sorpresa per il fatto che gente che abbia incontrato l’Islam, e lo abbia addirittura studiato, continui a rimanere Cristiana invece che accogliere con gratitudine la possibilità di dare compimento ad ogni sua aspettativa nell’Islam, la vera e definitiva religione. Forse il Musulmano potrebbe pensare che sia un attaccamento emozionale alla religione e alla cultura “occidentale”, un legame che non può giustificarsi razionalmente, ad impedire ai Cristiani di aprirsi all’Islam. Oppure ci sono altri motivi?
2. Altri Musulmani presentano argomenti più precisi. La religione di Gesù, si sostiene, è l’Islam, cioè l’annuncio dell’unico Dio e la chiamata a servire solamente lui. I Cristiani però hanno distorto molto presto quest’annuncio, e Paolo, in particolare, viene stigmatizzato per questa distorsione. Per altre cose, la colpa principale risiede nell’unione della Chiesa con il potere statale sin dal tempo di Costantino il Grande. In ogni caso il Vangelo originale di Gesù è stato “falsificato” dai Cristiani.1
3. Altri Musulmani ancora, ritengono che il punto di vista sul Gesù storico elaborato da una certa esegesi biblica sia significativo anche per loro, poichè arriva a metter in questione la base storica di alcuni credo cristiani su Gesù che i Musulmani non condividono. Pertanto rifiutano i dogmi centrali della fede cristiana come fossero errate interpretazioni del vero messaggio di Gesù. Il risultato di questa cattiva interpretazione o “falsificazione” (tahrif) è rappresentato dall’esistenza di quattro Vangeli (al posto dell’unico e originale Vangelo) nel Nuovo Testamento oggi disponibile.
4. Un interessante punto di vista, anche se molto soggettivo, è stato presentato dal medico egiziano, letterato e pensatore religioso Kamil Hussein2. Secondo lui, l’essenza del messaggio di Mosè era il timore di Dio; quella del messaggio di Gesù era l’amore; quella del messaggio di Muhammad era la speranza nel Paradiso. Il significato del Cristianesimo, secondo la sua visione, è spiegato così: “Credere, nel profondo della nostra anima, che ciò che ci porta a fare il bene è l’amore di Dio; questo ci porta ad amare anche tutti quelli che Dio ama; ad evitare tutto ciò che fa del male agli altri, poiché Dio ama tutti gli uomini senza distinzione; e, infine, a sapere che non possiamo amare Dio se arrechiamo danno ai suoi amici, cioè agli altri uomini”.3
5. Perciò, oggi, tra i Musulmani, possiamo trovare due valutazioni del Cristianesimo contrastanti:
a) positiva: il Cristianesimo è una “religione del libro”, ha origine da Abramo così come l’Ebraismo e l’Islam. È una religione rivelata (“celeste”). I Cristiani sono dunque vicini ai Musulmani, non sono loro ostili (sura 5,82). Essi sono credenti, e tutti i credenti sono fratelli (sura 49,10). Sono monoteisti. Pregano. Si sentono responsabili per il generale benessere dell’umanità; il Cristianesimo esige dai suoi fedeli che mostrino amore per i poveri.
b) negativa: i Cristiani sono degli infedeli (kuffar) e dei politeisti (mushrikûn). Essi adorano un uomo, Gesù, e ne fanno un Dio. Essi credono in tre divinità (Maria e Gesù accanto a Dio). La loro fede è molto complicata mentre l’Islam è semplice. La loro Scrittura, il Vangelo, è stata “alterata” e “falsificata” e non si presenta più nella sua forma originale. La loro religione è stata superata dall’Islam. La Chiesa e il suo Magistero hanno soffocato la libertà di pensiero ed hanno condannato la scienza (vedi ad esempio il caso di Galileo Galilei, 1564-1642). I Cristiani rifiutano l’Islam e la sua fede nell’assoluta unicità di Dio e in Muhammad come l’ultimo dei profeti. Non compiono la preghiera secondo le prescrizioni e non digiunano. La loro religione è unidirezionalmente spirituale, esige cose innaturali come il celibato; disprezza il corpo ed è ossessionata dall’idea e dall’onnipresenza del peccato.
In particolare
1. Nel Corano vengono presentate due posizioni divergenti tra loro: una loda il Cristianesimo mentre l’altra gli si oppone in modo ostile. Nell’Islam, preso nel suo insieme, sia nel passato che oggi, possiamo trovare entrambe le tendenze.
a) La tendenza positiva: la incontriamo innanzitutto nell’ammirazione senza riserve per le figure religiose particolarmente care ai Cristiani: Gesù, sua madre Maria, gli Apostoli, Giovanni il Battista, Zaccaria, ecc. Questa ammirazione si estende anche al “Vangelo” in quanto libro, che fu fatto scendere su Gesù, e che viene riconosciuto dal Corano, benché solamente nel suo testo originale e nel suo significato autentico ed “incorrotto”. Secondo la testimonianza del Corano al tempo del Profeta c’erano anche alcuni Cristiani vicini all’Islam, definiti come “i più cordialmente vicini” all’amore... (sura 5,82), “miti e umili” (cf. sure 3,199; 3,110.113.115; 4,55; 5,66). Tuttavia, il giudizio coranico su monaci e sacerdoti sembra essere molto ambiguo (cf. da una parte Sure 5,82; 24,36-37; 57,27; dall’altra Sura 9,31.34).
b) La tendenza negativa: riguarda principalmente la dottrina cristiana relativa a Dio e a Gesù. I Cristiani hanno fatto di Gesù un dio e lo chiamano il Figlio di Dio (cf. Sure 4,71; 5,17.72; 43,59; 9,30-31); adorano tre divinità (cf. Sure 4,171; 5,73.116), e asseriscono che Gesù sia stato crocifisso (cf. Sure 4,156; 3,55). Inoltre “si sono presi i loro dottori e i loro monaci come ‘Signori’ in luogo di Dio” (sura 9,31). Eccedono nella loro religione (cf. Sura 4,171) e sono divisi in sette per le diverse opinioni sulla persona di Gesù (cf. Sure 5,14; 19,37; 2,133.145; 3,61). Sostengono che solamente i Cristiani possano entrare in Paradiso (cf. Sura 2,111). Si qualificano come amici diletti di Dio e suoi figli (cf. Sura 5,18), Dio però li punirà per le loro mancanze. Ad Ebrei e Cristiani, cioè “la Gente del Libro”, “piacerebbe farvi tornar miscredenti dopo che voi avete accettato la Fede, per l’invidia che nasce loro nell’animo allorché vedono manifesta la verità” (Sura 2,109; cf. 3,110); e i monaci (come anche i rabbini ebrei) nella loro corruzione morale “consumano i beni altrui” (Sura 9,34).
Questa visione contraddittoria si ripercuote, senza dubbio, sull’atteggiamento conflittuale dei Cristiani verso Muhammad ed il Corano: alcuni li accolsero mentre altri li contrastarono. Questo contrasto si riflette nel Corano cosicché i Cristiani vengono considerati alcune volte come appartenenti al gruppo privilegiato della “Gente del Libro”, altre volte come appartenenti all’infausto gruppo degli infedeli (kuffâr) e di politeisti idolatri (mushrikun). Proprio questa ambiguità ha caratterizzato l’atteggiamento musulmano verso il Cristianesimo fino ai nostri giorni. Il modo in cui il Cristianesimo ed i Cristiani sono considerati – se come infedeli o come “Gente del Libro” e monoteisti – dipende, pertanto, in buona parte dalla convivenza pacifica o conflittuale tra Cristiani e Musulmani, esattamente come ai tempi del Profeta.
2. La stessa bivalente visione è presente nella tradizione e nella teologia islamica sebbene esse tendano a dare maggior rilievo alle affermazioni negative del Corano. Dobbiamo essere coscienti di questa doppia eredità: da un lato la tradizionale condanna delle dottrine cristiane e degli insegnamenti morali, spesso connessi al neocolonialismo ed alla civilizzazione occidentale, ritenuta corrotta; dall’altro la visione completamente contraria, anch’essa radicata nel Corano, che considera il Cristianesimo come una delle tre religioni monoteistiche (“celesti”) e che guarda ai Cristiani come fratelli e sorelle nella genuina fede in Dio (sura 49,10, almeno fintanto che i Cristiani sono inclusi tra i “credenti” qui menzionati).
Nella visione negativa vanno fatti notare, in particolare, tre aspetti:
a) Il Cristianesimo “esagera” la natura della relazione tra il Creatore e le creature, poiché parla di un reciproco amore tra Dio “Padre” e gli uomini “suoi figli”.
b) Esso esagera anche nella sua accentuazione degli aspetti “spirituali” cosicché il suo esclusivo interesse nella vita a venire e nell’anima è fatto a spese della vita terrena e del corpo, esattamente come l’individuale è accentuato, mentre è trascurato il significato della dimensione sociale della vita – tutto ciò contrariamente all’Islam, che è invece la religione che si rivolge all’“uomo completo”.
c) Infine, il Cristianesimo non rispetta sufficientemente la trascendenza di Dio perché considera Gesù sia uomo sia Dio allo stesso tempo e anche perché parla di “partecipazione dell’uomo alla vita divina”.
III. Visione cristiana
In ciò che segue saranno messe in evidenza, tra le molte possibili, due dimensioni del Cristianesimo.
1. Il termine ‘Cristiano’ fu applicato per la prima volta ai seguaci di Gesù dai Gentili di Antiochia (l’odierna Antakyra, situata nel Sud-est dell’odierna Turchia) intorno all’anno 43 d.C. (Atti degli Apostoli 11,26). Essere Cristiano significa credere che Gesù, il profeta di Nazaret, che “passò beneficando” (Atti degli Apostoli 10,38) e che morì in croce e risuscitò dalla morte, sia il Cristo (il Messia), chi è stato suscitato da Dio come ultima e definitiva rivelazione di Dio agli uomini. Seguendo l’esempio di Gesù, e per mezzo della sua forza, i Cristiani cercano di vivere la loro relazione con Dio e con il prossimo in accordo con la volontà di Dio e nel servizio agli altri. Questa volontà di Dio consiste nell’amare gli uomini – che sono tutti chiamati a diventare figli di Dio – con lo stesso amore; siamo chiamati ad amare sia Dio sia i nostri fratelli e sorelle.
I Cristiani credono che Gesù, morto sulla croce, è risuscitato dalla morte ed ha ora parte alla gloria di Dio Padre, ed è vivo e presente sempre ed ovunque.
2. Durante la sua vita sulla terra Gesù annunciò che Dio è Padre: suo proprio Padre, Padre dei Cristiani e Padre di tutti gli uomini (cf. Giovanni 5,18; 20,17; Matteo 6,9 e paralleli). Questo Dio-Padre desidera che tutti gli uomini si considerino come suoi figli. Descrivendo la relazione tra Dio e l’uomo con i concetti di ‘padre’ e ‘figlio’, Gesù sceglie una immagine forte per esprimere l’amore di Dio: l’amore di un padre per i suoi figli4. Tuttavia, dal punto di vista cristiano, questo non comporta una paternità in senso fisico tra Dio e le sue creature.5
In un modo a lui proprio, Gesù dà nuova vita ad un aspetto essenziale della comprensione di Dio nell’Antico Testamento (la Torah): Dio ama il suo popolo di un amore ardente, come una madre ama i suoi bambini (Isaia 49,14-15; cf. Osea 11,1-4); come uno sposo ama sua moglie, anche quando gli è infedele (Osea 1-3; Ezechiele 16), come un fidanzato ama la sua fidanzata (Cantico dei Cantici). Gesù rivela la pienezza dell’amore incondizionato di Dio per gli uomini. Questo andò molto oltre rispetto a ciò che si poteva immaginare ai tempi di Gesù, quando si pensava che l’amore di Dio si estendesse solamente agli Ebrei, anzi, solamente ai giusti del popolo ebraico. Questa dottrina escludeva dal “regno di Dio” non solo i non Ebrei, ma anche gli Ebrei che venivano considerati pubblici peccatori (come i funzionari delle tasse) ed anche coloro che soffrivano di malattie contagiose come la lebbra.
Gesù ha totalmente rovesciato questa concezione dei rapporti tra Dio e l’uomo. Egli ha annunciato che Dio si rivolge ad ogni uomo con lo stesso amore. Dio, il Padre di tutti gli uomini, li ama tutti senza distinzioni. Se si potesse parlare di un amore “speciale” di Dio per qualcuno, esso si riferirebbe a coloro che la società condanna ed esclude: pubblici peccatori (pentiti) e Gentili: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Matteo 21,31; cf. Matteo 8,10; Luca 7,9.36-50).
Questo è il motivo per questo Gesù, in conformità con la rivelazione di Dio come Padre universale e misericordioso, era sempre pronto ad accogliere quanti – poveri o peccatori notori – si rivolgevano a lui per uscire dalla loro miseria materiale o morale. Gesù non ha mai rifiutato nessuno, ha accettato inviti sia da persone di buona reputazione e da Farisei come anche da esattori delle tasse e peccatori. Non gli fu forse rinfacciato di mangiare con i peccatori? (Matteo 8,10; 11,19; 21,31; 9,10-13; Luca 7,9.36-50; 15,1-2.7.10; 19,7) Proprio in tal senso egli disse di non essere “venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Matteo 9,13; Marco 2,17; Luca 5,32). Egli era severo con chi era orgogliosi della loro “rettitudine” ma che allo stesso tempo condannavano i “peccatori”, i poveri e i pagani (Matteo 29,3.13-36; Luca 11,42-52; 18,9-14). Egli insegnava, infatti, che “ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Luca 15,7.10). Quest’atteggiamento divino verso i peccatori è rappresentato in modo stupendo nella parabola del figliolo prodigo (Luca 15,11-32) e in altre parabole che hanno la misericordia di Dio come loro tema centrale (Luca 13-15).
Gesù combatté contro tutto ciò che divide gli uomini in virtuosi e peccatori. Egli relativizzò addirittura alcune delle prescrizioni più sacrosante della Legge giudaica, come ad esempio quella relativa allo Shabbat (Matteo 12,8; Marco 2,27; Giovanni 5,6) o al culto esclusivo nel tempo di Gerusalemme (Giovanni 4,20-21; 2.13-17). Perché “il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Marco 2,27). I capi del popolo ebraico hanno condannato a morte Gesù e hanno fatto pressione perché fosse giustiziato dai Romani. Questo fecero anche perché egli aveva annunciato l’incondizionata disponibilità di Dio al perdono e alla riconciliazione. Questo annuncio metteva in questione le stesse fondamenta dell’autorità dei capi del popolo. Sembrerebbe che Dio Padre fosse della stessa opinione di questi capi dato che lasciò mano libera a quanti misero in croce Gesù. Ma Dio non lo abbandonò al ‘potere della morte’ (Atti degli Apostoli 2,27), ma lo risuscitò dai morti, ‘primogenito dei morti’ (cf. Colossesi 1,18; At 26,23; Apocalisse 1,5), e lo assise alla sua destra. “Noi tutti ne siamo testimoni”, disse Pietro (Atti degli Apostoli 2,24-32). Dunque Gesù è veramente il Signore, dotato della stessa autorità di Dio; quel Dio che confermò solennemente il messaggio e la verità di quanto Gesù aveva detto su Dio e sugli uomini.
3. Questo messaggio è l’annuncio di un amore senza confini, l’amore di Dio che ama ogni uomo e invita ciascuno a divenire suo figlio; che “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Matteo 5,45).
4. E’ chiaro, dunque, che Gesù indica il precetto dell’amore come il precetto più importante della Legge. “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. [...] Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Matteo 22,37.39). Già l’Antico Testamento collega l’amore di Dio e l’amore del prossimo (Deuteronomio 6,5; Levitico 19,18) e Gesù eleva questo amore. Egli ne fa un “comandamento nuovo” (Giovanni 13,34), non solamente perché viene da lui considerato come il compendio “di tutta la Legge e i Profeti” (Matteo 22,40; 7,12; Luca 6,31), ma anche perché a questo amore per Dio e per il prossimo è stato dato attraverso di lui un nuovo significato.
L’amore di Dio, Padre di tutti gli uomini, esige l’amore per tutti, perché Dio ama tutti come suoi propri figli. Per un Ebreo del tempo di Gesù, il prossimo che doveva essere amato era rappresentato dal compagno di religione ebraica. Per Gesù, invece, ogni persona deve essere amata, anche il peccatore e persino il proprio nemico; fu sempre più chiaro – a lui e ai primi Cristiani – che in questo comandamento erano inclusi anche i pagani e quanti professavano altre religioni (Samaritani, Siro-fenici, Romani ecc.). I discepoli di Gesù sono dunque invitati ad amarsi gli uni gli altri secondo le sue parole, perché “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli” (cf. Giovanni 13,35; 15,12-17). L’amore si estende anche ai nemici e ai persecutori:
“Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Matteo 5,43-48).
Invece di ricambiare il male con il male essi devono ricambiare il male con il bene (Matteo 5,38-42), devono perdonare senza misura e senza limite (Matteo 18,21-22) proprio come perdona Dio (Matteo 6,12 nel “Padre nostro”) e come Gesù ha perdonato coloro che lo hanno inchiodato alla croce (Luca 23,34). Questo non significa restare indifferenti davanti al male e all’ingiustizia, o plaudire ad essi; significa perdonare gli uomini malvagi ed ingiusti, perché solo il perdono li libera dal male e li porta alla riconciliazione con Dio e con gli altri.
Questo amore non conosce confini, poiché è immagine dell’amore di Dio, che perdona, riconcilia e opera la pace, e perché consiste nel dono di sé agli altri, tanto a Dio come al prossimo. L’amore non cerca il proprio interesse. L’amore è dono e per-dono: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Giovanni 15,13). Infine Gesù non si è limitato semplicemente ad annunciare tale amore; lo ha vissuto e ha sacrificato la sua stessa vita per tutti gli uomini, anche per i suoi nemici, che ha perdonato dalla croce.
Soltanto dopo la morte e la Resurrezione di Gesù, gli Apostoli ed i primi Cristiani compresero pienamente che il senso profondo della vita e dell’insegnamento di Gesù consistevano nell’amore, nell’amore di Dio per noi e nel nostro amore per Lui e nel suo infinito amore per tutti. Essi arrivarono ad affermare che la vera prova dell’amore per Dio è l’amore per il prossimo (si veda la 1Giovanni ed in particolare 1Giovanni 4,20-21); un amore efficace, “non a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità” (1 Giovanni 3,18-19). “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Giovanni 3,16). Ed i primi Cristiani vissero davvero questa stretta comunità di amore fraterno (Atti degli Apostoli 2,42-46; 20,7-11). Riflettendo sul messaggio e sulla vita di Gesù e illuminati dallo Spirito Santo, gli Apostoli iniziarono infine a comprendere: se a Gesù fu possibile, nel modo indicato, rivelare così chiaramente l’essenza di quest’amore di Dio e viverne la risposta, questo fu possibile essenzialmente solo perché egli era “Figlio di Dio” e ciò in un modo tutto particolare ed unico, inviato dal Padre per comunicare quest’amore. Perché Dio è amore (1 Giovani 4,8-16), e “in questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui” (1 Giovanni 4,9). Questo Dio amoroso “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria” (Giovanni 1,14). Gesù, la Parola di Dio, è la rivelazione dell’amore di Dio perché egli è suo Figlio. Di certo questa rivelazione dell’amore in Gesù e attraverso Gesù, deve essere ricevuta dall’umanità intera e deve essere resa concreta nei fatti, fino alla fine dei tempi, attraverso la potenza di Dio e dello Spirito Santo, efficaci nella Chiesa e al di là di essa.
Paolo ha sottolineato che solamente lo Spirito di Dio, mandato da Gesù dopo la sua resurrezione (Giovanni 7,37-38; 16,7-15), ci rende possibile chiamare Dio ‘Padre nostro’ (Romani 8,15; Galati 4,6) e amare lui e il nostro prossimo con lo stesso amore che abbiamo ricevuto da Dio (1 Tessalonicesi 4,9; Romani 5,5; 15,30; cf. 1 Giovanni 4,7). Nel suo “Inno alla carità” Paolo insiste che ogni nostra azione riceve il suo valore dall’amore e che senza l’amore anche i più preziosi carismi sono senza valore (cf. 1 Corinzi 13).
5. La dottrina cristiana ufficiale o i dogmi, formulati nei primi secoli, indicano l’importanza di Gesù Cristo e come essa fu elaborata nelle dispute con le principali correnti filosofiche e religiose del tempo. Essi cercano di conservare la fede del Nuovo Testamento in un contesto ormai mutato.
6. Cristianesimo, dunque, vuol dire seguire la via dell’amore la cui sorgente è Dio stesso (1 Giovanni 4,7); essa ci è stata rivelata in Gesù, il Figlio del Padre, col suo annuncio, ma anche con la sua vita, morte e resurrezione. La Chiesa di Cristo si fonda su questo amore e questo amore alimenta la sua vita.
L’esercizio dell’autorità nella Chiesa è in primo luogo un servizio alla comunità dei discepoli di Gesù, secondo il modello d’amore che vive in Dio stesso. Di conseguenza, l’esercizio di questa autorità richiede un amore per Gesù che sia disposto a un costante servizio (cf. il dialogo di Gesù con Pietro in Giovanni 21, 15-17: “Pietro, mi vuoi bene? ... Pasci le mie pecorelle”). In ogni caso, questa comunità d’amore tra i Cristiani non deve mai essere narcisista, orientando questo amore solo al suo interno. Essa è essenzialmente testimonianza, “perché il mondo creda” (Giovanni 17,21). È dovere di ogni singolo Cristiano, come dell’intera comunità, essere testimone di questo amore nel mondo, impegnandosi per la giustizia, la riconciliazione e la pace. Questo è un alto ideale, mai pienamente realizzato nella prassi, pur tuttavia l’unico a cui ogni cristiano deve continuamente aspirare, secondo la misura dei doni che ha ricevuto. Purtroppo, più volte nel corso della storia, i Cristiani in generale e la Chiesa in particolare, sono stati infedeli a questo ideale; questa triste e spiacevole realtà deve essere onestamente riconosciuta6. Tuttavia, la buona novella di Gesù è sempre presente ed attiva, oggi come ieri. Essa spinge la Chiesa a vivere secondo la legge di questo amore e a lavorare per la sua ulteriore diffusione nel mondo, ad abbattere ogni barriera che possa dividere gli esseri umani, siano essi di natura razziale, sociale o religiosa, a lottare contro il “peccato radicale” dell’egoismo e dell’odio. Ogni Cristiano è chiamato in Cristo ad impegnarsi in modo incondizionato affinché l’amore trionfi.
Affermare che l’amore di Dio e del prossimo sia il comandamento centrale ed essenziale del Cristianesimo non significa che le altre religioni, e in particolare l’Islam, semplicemente ignorino questo duplice comandamento. Neanche significa che sia solo cristiano l’occuparsi d’amore, o chi pratica l’amore e vive una vita permeata d’amore. Infatti, nell’Islam esiste un cammino di amore, praticato da molti Musulmani, normalmente senza riferimento all’insegnamento di Cristo o al Cristianesimo.
1. Solamente qualche versetto, nel Corano, parla esplicitamente dell’amore di Dio, sia esso l’amore di Dio per gli uomini (Dio è detto al–wadud, “l’Amorevole” [Sure 11,90; 85,14]; Dio che “stende” il suo amore [mahabba] su Mosc [Sura 20,39]), oppure l’amore dell’uomo per Dio (quattro volte, cf. Sure 2,165; 3,31; 5,54). Ci sono anche due versetti che parlano dell’amore vicendevole tra Dio e gli “uomini che Egli amerà come essi ameranno Lui”; in sura 5,54 questo è detto nel contesto del jihad, inteso qui come lotta fisica contro gli infedeli, come “guerra santa”. In ogni caso, sulla base di questi versetti del Corano non possiamo dire che l’amore di Dio per l’uomo e dell’uomo per Dio rappresenti un tema centrale nell’Islam. L’essenza del messaggio coranico è costituito dall’annuncio dell’unico e solo Dio, giudice giusto e pieno di misericordia. Purtuttavia, l’amore è un tema del Corano, degli Hadith e della dottrina dell’Islam classico, che forniscono quindi sia il concetto sia la terminologia affinché la tradizione spirituale dell’Islam vi possa attingere.
2. Questa tradizione spirituale è soprattutto quella dei mistici musulmani, i Sufi. A cominciare dalla straordinaria Rabi‘a, nell’viii secolo d. C., i Sufi hanno fatto dell’amore per Dio (piuttosto che dell’amore di Dio per gli uomini) l’asse centrale della loro ricerca di Dio. Dai grandi Sufi dei primi secoli islamici questo “cammino dell’amore” fu accolto nell’Islam ortodosso, grazie soprattutto a Muhammad al-Ghazali (morto nel 1111), che sottolineò che solamente Dio merita di essere amato e che considerò questo amore (mahabba) come il punto più alto e l’obiettivo della sua ricerca spirituale. Più tardi l’ideale dell’amore per Dio si estese a tutto il mondo musulmano attraverso le fraternità religiose. Divenne un importante tema di meditazione e fu completamente accettato dall’Islam ufficiale.
Quest’amore di Dio ha, per così dire, dei caratteri tipicamente islamici. Esso è compreso soprattutto come amore dell’uomo per Dio, meno come amore di Dio per l’uomo. Questo perché l’amore è visto come una mancanza e il Dio della fede islamica è completamente libero da una tale “dipendenza”. Nella concezione musulmana, l’amore è un anelito verso Dio, un anelito a giungergli più vicino; tuttavia, ogni idea di unione amorevole tra Dio e l’uomo è assolutamente esclusa. Infine, questo amore per Dio può esigere anche l’amore verso il nostro prossimo, ma in nessun caso l’amore per le creature può essere posto, né deve esserlo, sullo stesso piano dell’amore per il Creatore. Alcuni mistici musulmani, fra cui Rabi‘a e al-Ghazali, erano dell’opinione che per votarsi completamente all’amore di Dio fosse necessario prendere il più possibile le distanze da tutte le creature.
1. Per il fedele, sia egli Cristiano o Musulmano, l’uomo è opera delle “mani di Dio”, creato a sua somiglianza e destinato a ritornare a lui. Questa è la chiamata fondamentale dell’individuo, del genere umano e di tutta la creazione, che anela alla liberazione da tutte le forme di oppressione per poter finalmente entrare nella gloria di Dio (cf. Romani 8,19-25; sure 81; 82; 99; 101). Questa comune vocazione costituisce anche una somiglianza basilare tra tutti gli uomini, di là dalle differenze di razza, posizione sociale e religione.
2. La posizione assunta dal Corano all’interno della fede islamica corrisponde a quella che nel Cristianesimo viene assegnata alla persona dello stesso Gesù, la Parola di Dio. Il Cristianesimo, perciò, non propone principalmente una dottrina ma una via, la via della sequela di Gesù. Ogni uomo è chiamato a diventare figlio/figlia adottivo/a di Dio in Gesù Cristo (Efesini 1,5). Tra il Creatore e la sua creatura vige un amore reciproco. Il Creatore è Padre, gli uomini sono suoi figli. L’intimità di questa relazione supera di gran lunga quella tra servo (‘abd) e Signore (rabb). Il Cristiano è chiamato ad amare Dio e tutti gli uomini, perché tutti gli uomini sono fratelli e sorelle di Gesù e figli dello stesso Padre.
Amare Dio e gli uomini è l’unico vero modo per compiere la realizzazione dell’uomo. Questo va ben oltre l’amore naturale tra gli uomini, poiché Gesù esige che non si renda male per male, bensì che si perdoni sempre e addirittura che si ami il proprio nemico. Nessuno è capace di un tale amore con le proprie forze. Esso, piuttosto, è un dono di Dio, che consiste nel renderci capaci di amare i nostri fratelli e le nostre sorelle così come Lui li ama. Gesù stesso ha vissuto questo annuncio fino al punto di morire sulla croce. Rifiutare la fede in questo Dio – quali che siano le spiegazioni personali di un tale rifiuto – significa svuotare l’uomo del suo senso fondamentale.
3. Il Regno di Dio rimane un obiettivo non ancora realizzato, una meta non ancora raggiunta. Il compimento dell’uomo in questo mondo non si potrà mai realizzare completamente. La speranza del suo totale compimento è la grande forza che stimola l’umanità ad andare avanti. Il progresso, in tutti i sensi, resta sempre una possibilità fino alla fine dei tempi e, a livello individuale, fino alla morte. Questa viene vista da alcuni come prova della vanità e della mancanza di senso della vita umana; per i credenti, invece, la morte di Gesù sulla croce apre la via alla sua Resurrezione e a quella di ogni uomo. Gesù trasforma la morte in una vittoria sulla morte stessa. La fine della vita umana e la fine del mondo nell’ultimo giorno aprono il cammino alla “vita eterna”, al suo compimento finale. Allora ogni uomo vedrà Dio faccia a faccia in un cielo nuovo e una terra nuova. Lì l’umanità e la creazione intera troveranno la loro perfetta e finale realizzazione (Romani 8,22-23).
4. La dignità dell’uomo si basa sul fatto che egli è stato creato ad immagine di Dio (Genesi 1,26-27 citato in 1 Corinzi 11,7; Colossesi 3,10; Giacomo 3,9) e ad immagine di Cristo (Giovanni 1,3; Romani 8,29; 1 Corinzi 8,6; Colossesi 1,16; Ebrei 1,2). Per questo l’essere umano non deve mai diventare un mezzo per raggiungere un fine. I suoi diritti devono essere rispettati da ogni genere di potere, sia esso di natura secolare, religiosa, sociale o politica.
Ma la persona umana può raggiungere il suo compimento solamente all’interno di una comunità di persone libere ed indipendenti. Per questo la famiglia e le altre forme di comunità umana giocano un ruolo indispensabile a livello nazionale e internazionale. I diritti del singolo individuo e quelli della comunità devono stare in un rapporto di attento equilibrio. Le comunità umane, sia secolari che religiose, servono al bene comune se e nella misura in cui rispettano la dignità della singola persona.
Il Cristianesimo non è la sola religione a pretendere di offrire una visione completa dell’uomo, della sua origine e del suo destino. L’Islam ha una simile pretesa. L’umanesimo musulmano ha molte cose in comune con quello cristiano. Tuttavia, essenziali differenze di aspetti permangono, nella misura in cui l’umanesimo cristiano pone Cristo al suo centro mentre quello musulmano vi pone il Corano.
Il Corano insegna che Dio creò Adamo con le sue mani (sura 38,75), formandolo dall’argilla (cf. Sure 7,12; 23,12; 32,7); spesso viene anche menzionata la creazione dell’uomo dal seme maschile (Sure 22,5; 32,8; 80,19). E ancora, Dio soffiò il suo “spirito” in Adamo (Sure 15,29; 32,9 38,72). Un famoso Hadith insegna, in termini molto simili a Gen 1,26, che l’uomo è stato creato a immagine di Dio.
L’uomo è stato creato per adorare l’unico Dio, per servirlo, per obbedirgli, per lodarlo e ringraziarlo (Sure 4,1; 51,56; 3,190-191; 7,172; 30,17-18). L’uomo è una creatura mortale (bashar), spesso ribelle. Tuttavia, ha il compito di rendere testimonianza all’unico Dio (Sura 7,172-173).
Coloro che rifiutano la fede nell’unico Dio devono essere considerati come animali (Sure 25,44; 8,55; 22,18). L’essere umano appartiene ad un rango più alto. Solamente ad Adamo Dio ha rivelato il nome di tutti gli animali, cosa che neanche gli angeli sapevano (Sura 2,31-33). Per questo Dio ingiunge agli angeli di inchinarsi davanti ad Adamo subito dopo la sua creazione. Solamente Satana (Iblis) si rifiutò di farlo (Sure 15,31; 18,50; 19,44; 20,116; 38,74). L’uomo è il sovrano del mondo creato, che Dio gli ha consegnato al suo comando e al suo servizio (Sure 14,32-33; 16,12-14; 22,65). Egli è “vicario” di Dio sulla terra (Sura 2,30), un’espressione citata spesso da autori moderni fautori di un umanesimo musulmano.8
Annotazioni:
1 Molti Musulmani sono convinti che il Vangelo originale rivelato a Gesù, così com’era prima della sua “falsificazione”, sia recentemente tornato alla luce grazie alla “scoperta” del “Vangelo di Barnaba”. In realtà quest’ultimo è un falso del xvi secolo, prodotto o da un musulmano Andaluso convertito a forza al Cristianesimo, o da un musulmano che viveva a Venezia. Cf. Christine Schirrmacher, Der Islam, Volume 2, Hänssler, Neuhausen/Stuttgart, 1994, pp.268-289; Jan Slomp, The Gospel in Dispute, Islamochristiana, (Roma), 4 (1978), 67-111; e, per una breve dissertazione, Kate Zebiri, Muslims and Christians Face to Face, Oneworld, Oxford, 1997, pp. 45-46. 2 Al-Wadi al-Muqaddas (La Valle Santa), Dar al-Ma‘arif, Cairo, 1968. Traduzione inglese: The Hallowed Valley. A Muslim Philosophy of Religion, Cairo, 1977. 3 Ibid., p. 31 della traduzione inglese. 4 Anche il Corano parla dell’amore di Dio con parole che hanno una forte risonanza emozionale: mahabba, mawadda, rahma. 5 Si vedano le discussioni nel capitolo 2, sezione iv (La divinità di Gesù) e nel capitolo 5, sezione iv (Dio Uno e Trino). 6 Si veda Sezione iv, capitolo 6: La Chiesa. 7 A volte, il termine “umanesimo” viene associato al rifiuto di una fede religiosa; qui, invece, denota il modo in cui Musulmani e Cristiani, in una cornice specificamente religiosa, considerano la natura, la dignità e il destino dell’umanità. 8 In una profonda riflessione sulla sura 33,72, il famoso pensatore contemporaneo Muhammad Talbi (nato a Tunisi nel 1921) spiega come Dio offrì la amana (il possesso della fede, ma anche la responsabilità per governare il mondo) al cielo, alla terra e ai monti, ma questi la rifiutarono, mentre l’uomo fu abbastanza stolto da accettarla. In questa accettazione Talbi vede la dimensione “tragica” del destino dell’uomo [si veda Comprendre, (Paris), 98 (novembre 1970)].
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