|
11. Pluralismo religioso e libertà di religione
* Perché ci sono così tante religioni se Dio ha dato a tutti gli uomini la stessa natura umana? * Ogni religione, e in particolar modo il Cristianesimo, sostiene di essere universale. Come possono più religioni essere “universali”? Soltanto una può essere veramente universale. Le altre religioni si possono considerare solo parzialmente o provvisoriamente vere. * Non si dovrebbe piuttosto sostenere l’idea di una religione universale, una specie di sintesi di tutte le religioni? * Oggi la Chiesa parla di libertà religiosa, ma non è sempre stato così. In passato, la Chiesa ha usato l’imperialismo e il colonialismo per i propri fini. Se adesso si è fatta fautrice della libertà religiosa, non è forse solo perché non può più imporre ciò che vuole? * La libertà religiosa è, in linea di massima, positiva ma si può permettere alle persone di abbandonare la vera religione e di convertirsi ad un’altra? Il principio di libertà religiosa non costituisce forse un pericolo che mette a rischio le stesse religioni? * Come può una persona leggere il Corano e non divenire Musulmano? Una tal persona è certamente un’ipocrita, come gli orientalisti.
II. Visione musulmana
In generale
1. L’Islam è l’unica vera religione; perfetta e duratura. Ha fatto suo tutto ciò che di valore c’era nelle altre religioni. Un Musulmano che ragiona con categorie tradizionali rimane pertanto sbigottito dal fatto che al giorno d’oggi ci siano ancora Ebrei e Cristiani, in quanto con la venuta dell’Islam tali religioni sono divenute del tutto trascurabili. Ebraismo e Cristianesimo sono religioni di natura provvisoria e, nel migliore dei casi, vere solo in parte. Sono state volute per ristrette comunità umane. Al di fuori dell’Islam, la religione non ha alcun autentico valore, perché l’Islam è la sola religione veramente universale.
2. Le “guerre di religione” sono una realtà storica. In passato ce ne furono tra mondo islamico e mondo cristiano, tra Cattolici e Protestanti. Ancora oggi hanno luogo conflitti in nome della religione, come ad esempio in Libano, in Irlanda del Nord, nelle Filippine, nel Sudan, ecc.
3. Molti Musulmani considerano come fatto certo la collaborazione tra Cristianesimo e imperialismo, colonialismo e nazionalismo.
4. Cambiare religione non può essere un diritto. Si nasce membri di una data religione e lì si deve rimanere, in quanto la religione costituisce un elemento essenziale dell’identità personale, collettiva e nazionale. La conversione all’Islam rappresenta ovviamente un’eccezione, perché qui si tratta di entrare in una società e in una struttura che sostituisce e rende superflua ogni altra identità.
1. L’intero Corano è pervaso dal desiderio che tutti gli uomini siano riuniti in un’unica comunità religiosa, la Umma, come era volontà di Dio fin dal principio. Tuttavia gli uomini si divisero presto in diverse religioni, ognuna accampando la pretesa di essere l’unica vera religione (cf. Sure 10,19; 11,118; 21,92; 43,33).
2. L’Islam è la religione definitiva, perfetta, esclusiva e universale. Fu proclamata da Muhammad, “Sigillo dei Profeti”, come l’unica via per ottenere la salvezza (cf. Sure 3,19.73.85.110; 5,3; 9,33; 43,28; 61,9). “Egli è Colui che ha inviato il Suo Messaggero con la retta guida e la Religione della Verità perchè prevalga sulle religioni tutte, anche a dispetto degli idolatri” (Sura 9,33; cf. 61,9). Di conseguenza, è semplicemente logico che l’Islam e le sue pretese si applichino a tutta l’umanità (cf. Sure 7,158; 34,28). Le altre religioni sono false (come l’idolatria e il politeismo) o provvisorie e vere solo in parte (come le “religioni del libro”, cioè l’Ebraismo e il Cristianesimo). Quest’unica religione deve essere diffusa ovunque, per mezzo dell’annuncio (da‘wa, “chiamata” o “invito” all’Islam, l’equivalente del concetto cristiano di “missione”) e, se necessario, anche attraverso la spada. Da un punto di vista storico, l’Islam iniziò con un pacifico ammonimento e con risolutezza di fronte alle persecuzioni (a Mecca); successivamente mise mano alla spada (a Medina). Dopo la morte del Profeta, le “grandi conquiste” “aprirono” la strada all’Islam in molti paesi. Nei secoli successivi i Musulmani combatterono numerose guerre in nome dell’Islam, sia di aggressione sia di difesa. In generale, la conversione delle popolazioni all’Islam avvenne gradualmente e pacificamente, sia nelle zone già conquistate dall’Islam sia al di fuori delle regioni controllate dall’Islam. In questo processo giocarono un ruolo straordinario i commercianti musulmani e le fraternità religiose. Non va comunque sottovalutato l’effetto della pressione sociale sui non-musulmani, specialmente in quegli ambienti sociali a maggioranza musulmana. Gli apologeti musulmani contemporanei sottolineano che l’Islam è stato annunciato esclusivamente in modo pacifico, ma omettono di menzionare le guerre combattute sotto il vessillo dell’Islam (fi sabil Allah, letteralmente “sulla via di Dio”). Secondo gli apologeti, tali guerre, ammesso che siano davvero avvenute, furono combattute sempre per legittima difesa.
3. Il Corano sostiene il principio che ognuno è libero di credere o di non credere (cf. Sure 10,40-45; 17,84.89.107), insieme all’altro principio oggi così spesso ripetuto: “Non vi sia costrizione nella Fede” (“la ikraha fil-din”, sura 2,256). Ma il Corano afferma anche chiaramente che i politeisti devono credere o essere messi a morte (cf. Sure 9,5; 48,16). D’altra parte, alla “Gente del Libro” (Ebrei e Cristiani) è offerto lo status di persone protette (dhimma): possono mantenere la loro religione – anche se è erronea ed è stata superata dall’Islam – insieme con la propria gerarchia e i propri rituali, ma devono pagare una tassa speciale (jizya) e devono rimanere “piccoli” (cioè non appariscenti e sottomessi) (cf. Sura 9,29). Il musulmano che abbandona la propria religione, sia convertendosi ad un’altra sia attraverso atti o parole chiaramente contro l’Islam, sarà condannato da Dio (cf. Sure 3,85-90; 4,137; 16,108) e deve essere punito con la morte (la Sura 2,217 è stata ripetutamente interpretata così dai giuristi, e tale interpretazione è stata rafforzata da numerosi hadith).
4. Recentemente molti paesi islamici, tramite i loro rappresentanti alla Commissione per i Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite, si sono dichiarati d’accordo con il principio della libertà religiosa, così com’è formulato nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (articolo 18, che mette in rilievo la libertà di pensiero, di coscienza e di religione), ma con la restrizione che non è permesso a nessuno abbandonare la vera religione (cioè l’Islam).1
5. Sotto l’influsso dell’ambiente culturale contemporaneo e del pluralismo ideologico, molti Musulmani hanno maturato l’atteggiamento, oggi molto diffuso in Occidente, perciò a tutti è permesso seguire la propria coscienza. Altri Musulmani affermano che tutte le religioni hanno un ugual valore e, per di più, che l’Islam e il Cristianesimo sono in un rapporto molto stretto, se non perfino quasi identici quanto ai contenuti. Sebbene siano fatte tali dichiarazioni, in genere esse non sono intese come espressioni che manifestano un certo sincretismo o indifferenza in campo religioso. Testimoniano piuttosto un atteggiamento di fratellanza tra quanti desiderano vivere fondandosi sulla fede. Alcuni Musulmani sostengono l’idea di una religione universale, anche se all’atto pratico questa corrisponderebbe più ad una forma di sincretismo. Infine, ci sono Musulmani che credono che le religioni – e in primo luogo il Cristianesimo e l’Islam – dovrebbero impegnarsi in un sincero dialogo, cercando di avvicinarsi gli uni agli altri come fratelli e lasciando che Dio ci guidi insieme fin dove lui vorrà. Lo scopo principale dovrebbe essere quello di offrire nel nostro mondo una comune testimonianza della fede in Dio.
1. La buona novella, proclamata e vissuta da Gesù, consiste nella rivelazione di Dio come Padre di tutti gli uomini, amore che tutto comprende e incondizionato, in particolare per gli umili, i poveri, i peccatori, gli emarginati, gli oppressi. È volontà di Gesù raccogliere in unità il suo popolo e tutti i popoli in quest’amore di Dio. Tutti gli uomini – e in primo luogo i “poveri” – sono chiamati al “regno di Dio”, ossia alla sovranità dell’amore di Dio.
2. Nel Nuovo Testamento, che è testimone della fede della Chiesa apostolica primitiva, Gesù Cristo, il Verbo di Dio, è la più alta, finale e definitiva rivelazione di Dio. In Gesù Cristo, Dio si rivolge a tutti gli uomini; dunque il Cristianesimo è universale nella sua stessa essenza. La storia mostra che dai suoi albori la Chiesa ha compreso il carattere universale della sua missione, sapendosi serva dell’amore universale di Dio, che riconcilia a sé tutte le cose (cf. 2Corinzi 5,18-21; Efesini 2,11-12).
3. Da un punto di vista storico, il Cristianesimo sorse e si diffuse grazie alla fede operosa degli apostoli e delle prime generazioni cristiane. La loro testimonianza e il loro annuncio furono efficaci nonostante la persecuzione, o addirittura grazie a questa. Dopo l’Editto di Milano (313 d.C.), che garantì piena libertà religiosa alla Chiesa, portandola presto a diventare religione ufficiale dell’Impero, il Cristianesimo rimase coinvolto in diversi, violenti conflitti, avendo la sua parte di responsabilità nella persecuzione degli eretici e facendo pesare su essi una forte pressione sociale. Questi conflitti erano fondamentalmente di natura politica, ma furono presentati come cause cristiane per avere il massimo sostegno possibile a loro favore.
Ben diversa è stata la questione delle crociate, perché qui la motivazione religiosa (la liberazione del Santo Sepolcro) fu chiaramente il movente primario. Il rapporto tra colonialismo e missione non può essere racchiuso all’interno di uno schema uniforme. In alcuni casi i missionari accompagnarono o seguirono i colonialisti (ad esempio seguirono i Portoghesi e gli Spagnoli nei secoli XV e XVI); in altri casi arrivarono prima i missionari (in Africa Centrale, in Cina e in Giappone); in altri casi ancora i missionari si opposero al colonialismo (come accadde per Las Casas in America Latina; o per l’Africa occidentale francese).
4. La valutazione delle religioni non-cristiane da parte della fede cristiana ha subìto un lungo processo di sviluppo: da Giustino (m. 165), che parlava di semi spirituali che attendono in ogni uomo la Parola di Dio per portare frutto; alla posizione di Agostino d’Ippona (354-430), il quale, usando una retorica che potremmo trovare sin troppo sottile, considerava alla stregua di vizi persino le virtù dei pagani; per proseguire con le teorie che riconoscono ai non credenti una certa buona fede (bona fides) e sostengono che questi non saranno condannati. Più di recente, alcuni teologi hanno insegnato che vi sono elementi nella fede e nei valori morali dei popoli e delle culture del mondo che attendono il loro compimento e la loro interpretazione alla luce dell’Incarnazione di Dio in Gesù Cristo. Questo porta fino alle opinioni prevalenti al giorno d’oggi.
Tra i tentativi recenti di sviluppare un’adeguata teologia delle religioni non-cristiane, ve ne sono due che meritano un’attenzione particolare; la seconda di queste ha avuto un’influsso maggiore.
(i) Sottolineare la distinzione tra fede e religione: questa teoria fu portata avanti soprattutto dai teologi protestanti Karl Barth (1886-1968) e Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), e più tardi, con delle modifiche, fu assunta anche da pensatori cattolici come Jean Daniélou (1905-1974). Per religione si intende, in quest’ambito, il movimento naturale della creatura umana verso Dio. Le religioni sono manifestazioni collettive della religione, ciò che la trasforma in rituali, in forme di pietà, ecc. Almeno secondo il primo Barth, le religioni sono viste come un mero prodotto umano e sono negativamente contrapposte alla fede nella Parola rivelata. Daniélou ne ha una valutazione più positiva: ogni gruppo umano, ogni civilizzazione, ha la sua propria religione, cosicché si può parlare di religioni celtiche, germaniche, mediterranee, africane e indiane, e anche nella religione cristiana si possono riscontrare caratteristiche condivise con queste religioni.
D’altra parte, la fede è la risposta umana alla Parola di Dio, che prende l’iniziativa di andare incontro alla sua creatura ed interpellarla. Se la religione è il movimento dell’anima umana verso Dio, la fede è la risposta che gli esseri umani danno alla Parola di Dio che li raggiunge per il tramite della rivelazione. Per Daniélou, la fede in Gesù Cristo deve “incarnarsi” in ogni religione. Siccome la fede è strettamente collegata al contesto delle religioni e delle culture da queste formate, le trasforma e apporta un nuovo significato ai loro rituali, alle loro leggi e tradizioni. La conclusione di Daniélou è che, accettando la fede cristiana, gli uomini “non passano da una religione ad un’altra, ma, piuttosto, è la loro stessa religione che è rimodellata e trasformata.
(ii) Distinzione tra rivelazione generale e rivelazione speciale: questo nuovo approccio fu sviluppato principalmente da Karl Rahner (1904-1984) e poi, nei suoi aspetti essenziali, fu ripreso da molti altri autori. Sin dall’inizio della vita umana sulla terra, Dio non ha mai cessato di comunicare con l’umanità intera. Questa rivelazione “generale” è attestata dalla Bibbia, nelle storie di Adamo e di Noè, nel libro della Sapienza e nella lettera di San Paolo ai Romani (1,19ss). Le grandi religioni non-cristiane rappresentano la più alta manifestazione di questa rivelazione generale. Poi la parola di Dio apparve in modo del tutto “speciale” nella storia del popolo di Dio, da Abramo, passando attraverso i patriarchi e i profeti, e infine, “in questi ultimi giorni”, attraverso Gesù Cristo, la Parola di Dio fatta carne e pienezza della rivelazione. In questa rivelazione “speciale” l’autocomunicazione di Dio, che avviene anche nella rivelazione “generale”, la si può contemplare, per così dire, nella storia; ha un volto umano: Gesù di Nazaret. “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Giovanni 14,9). Alla luce di questa rivelazione, la presenza di Dio risplende in tutte le religioni.
Ma anche la rivelazione di Dio in Gesù Cristo sarà svelata nel suo pieno significato solamente alla “Parousia”, cioè al ritorno di Cristo alla fine dei tempi. L’annuncio cristiano e il dialogo della Chiesa con le altre religioni mirano a questo fine. Nel frattempo la storia delle religioni, comprese le religioni non-cristiane, contribuisce a “svelare il significato della rivelazione”. Se concepito in questo modo, il riconoscere Gesù Cristo come pienezza della rivelazione, come rivelazione di Dio in una persona umana, non richiede affatto che le altre religioni vengano sminuite o che si neghi loro una qualche relazione con Dio e che offrano un culto autentico. Dovrebbe essere concepito, piuttosto, come un invito a riconoscere le altre rivelazioni come contributi vari allo svelarsi del pieno significato della rivelazione. I cristiani possono quindi essere arricchiti dal dialogo con le religioni.
5. Il cristianesimo può essere fedele al Vangelo solo se è compreso come messaggio di pace e di riconciliazione. Gesù rifiutò con chiarezza e decisione di essere il Messia politico atteso dal suo popolo. Decise di morire piuttosto che intraprendere una rivoluzione politica; di perdonare, piuttosto che cercare il potere e vendicarsi. Più tardi, come risultato del sostegno datogli dall’imperatore Costantino il Grande (che regnò tra il 306-337), la Chiesa entrò in rapporti così stretti con lo Stato che talvolta fece appello alla guerra, la benedì e la giustificò. Nei decenni recenti, però, la Chiesa e i papi si sono adoperati con tutti i mezzi possibili per promuovere la pace e la giustizia. Di certo la Chiesa riconosce, sia agli individui sia alle nazioni, il diritto alla legittima difesa, come anche il diritto, e talvolta perfino il dovere, di opporsi ai regimi politici chiaramente ingiusti. Tuttavia, ogniqualvolta e ovunque sia possibile, i cristiani devono preferire un agire non-violento (che non è affatto inefficace) e dovrebbero contribuire al superamento della ristrettezza mentale delle ideologie religiose teocratiche, nazionalistiche e fanatiche con il loro orientamento alla violenza.
6. La fede è un dono gratuito di Dio, che deve essere liberamente accettato o rifiutato dagli uomini. Nella storia vi sono state, però, “conversioni” avvenute per costrizione o imposizione (per esempio la coercizione dei Sassoni da parte di Carlo Magno) o conversioni avvenute a causa di fattori puramente umani o sociali, o almeno fortemente influenzate da questi.
Per un lungo periodo l’opinione predominante nella Chiesa fu che il miglior sistema di relazioni tra Stato e Chiesa fosse quello in cui il Cristianesimo era dichiarato religione di stato e, perciò, quello in cui “l’errore non ha alcun diritto”. È vero che dai suoi albori la Chiesa ha sempre richiesto che tutti avessero la libertà di accettare la fede cristiana senza essere, per questo, svantaggiati; la Chiesa fu ovviamente molto più cauta nel riconoscere ai cristiani la libertà di interpretare la fede cristiana in modo indipendente, o di abbandonare la fede, o di passare ad un’altra religione (cf. l’Inquisizione). Se siamo consapevoli del lungo e doloroso sviluppo dell’idea di libertà religiosa all’interno del cristianesimo, possiamo capire meglio certi atteggiamenti, reazioni e difficoltà da parte dei Musulmani.
A partire dal Concilio Vaticano II e la sua Dichiarazione sulla Libertà Religiosa, l’atteggiamento della Chiesa su questa questione è stato inequivocabilmente chiaro, almeno a livello ufficiale: la libertà religiosa è uno dei diritti basilari ed assoluti degli esseri umani in quanto tali. Il modo di svolgere la missione deve essere segnato dal rispetto per il valore e l’opinione dell’altro. La missione dovrebbe essere una faccenda di testimonianza attraverso il dialogo e le relazioni. Per sua stessa essenza, la fede può solo essere presentata come un invito (cf. 2Corinzi 5,20); la fede è sempre proposta e non imposta. Ogni singola persona rimane libera e responsabile di scegliere per se stessa, alla luce della propria coscienza e davanti a Dio.
IV. I Cristiani rispondono
1. Il pluralismo religioso
Il pluralismo religioso è un mistero. Da una parte, ha a che fare con il rispetto di Dio per la libertà umana, e, dall’altra, con le condizioni naturali dello sviluppo umano religioso e culturale. Per migliaia di anni i principali raggruppamenti umani vissero isolati gli uni dagli altri, in Europa, in Asia e in America. Oggi, al contrario, il mondo è caratterizzato da molteplici interconnessioni e dalla consapevolezza di una reciproca dipendenza. Ovviamente ci sono ancora oggi varie tensioni e violenti conflitti tra i raggruppamenti umani. Le religioni svolgono un ruolo importante in questo campo; partecipano alla responsabilità nel conseguire una sempre maggiore giustizia e armonia nei rapporti tra nazioni, tra blocchi economici e tra i raggruppamenti culturali del nostro mondo. Dovrebbe essere evitato ogni tipo di conflitto tra le religioni – come le controversie e il proselitismo insensibile – e dovrebbe essere evitato anche il sincretismo, che distrugge l’originalità e l’autenticità di ogni religione. Soltanto il dialogo, insieme al processo di reciproca conoscenza che esso comporta, può portare ad un’apertura vicendevole tra le religioni, cosicché le persone possano imparare a vivere insieme nella diversità e possano giungere a conoscersi e a comprendersi meglio gli uni gli altri. Non si tratta di negare le differenze, ma di cogliere il vero peso di tali differenze. Il dialogo non dovrebbe neanche escludere la testimonianza, a volte, della propria fede, invitando gli uni a riconoscere ciò che di vero e di valore hanno scoperto negli altri. I credenti delle differenti religioni dovrebbero tentare di identificare quelle tematiche su cui è possibile una comune testimonianza di fede, come anche incoraggiare una genuina ricerca di unità, nell’umile obbedienza (sottomissione) alla volontà di Dio.
Sta di fatto che sia l’Islam sia il Cristianesimo avanzano la pretesa di essere religioni universalmente valide. Non vi è alcuna ragione per cui l’una o l’altra religione dovrebbe abbandonare tale pretesa. Tutto dipende dai metodi usati dalle due religioni nel loro tentativo di esprimere e vivere la loro pretesa universalistica. Oggi non ci dovrebbe essere spazio per metodi che si basano principalmente sull’ambizione individuale o collettiva: sostegno dalle autorità politiche; violenza; guerra; coercizione in ogni sua forma e manifestazione, velata o manifesta. L’unico modo accettabile e degno davanti a Dio e agli uomini di ottenere un riconoscimento universale dei valori che si ritengono veri e validi è quello che passa attraverso la testimonianza di una fede vissuta, attraverso un dialogo franco, insieme al necessario rispetto per la libera decisione della coscienza umana.
Va riconosciuto che in passato le religioni sono state responsabili per alcune guerre, o che, almeno, ne hanno condiviso la responsabilità, e bisogna ammettere anche che non si può dire che non sia più così oggi. Il quadro globale presenta luci ed ombre. In più di un’occasione, nel corso della storia, il fattore religioso ha impedito oppure moderato la violenza. Si pensi, ad esempio, alla “tregua di Dio” durante il medioevo cristiano, o alle severe condizioni che la Legge Islamica applica ad una “guerra giusta”; oppure all’attenzione, richiesta dalle religioni, per i prigionieri di guerra e per le vittime innocenti. Per di più, la ragione principale delle cosiddette guerre di religione non è stata tanto l’ostilità tra le religioni stesse, quanto piuttosto la ricerca di potere da parte di individui o di gruppi di persone (imperi, dinastie e nazioni), in cui la religione veniva usata per l’ambizione personale o collettiva. Infine, per ciò che concerne i conflitti contemporanei, è importante esaminare i dati in modo critico prima di addurre semplici motivazioni religiose: ad esempio, sarebbe semplicistico designare come meramente “religiosi” i conflitti in Libano, in Irlanda del Nord, nei Balcani, nelle Filippine e in Afghanistan. La realtà è che nella maggior parte dei casi le autorità religiose, lungi dall’aver incitato questi conflitti, si sono, al contrario, sempre ardentemente impegnate per la pace e la riconciliazione.
La libertà religiosa è uno dei diritti inalienabili di ogni persona umana. Sopprimerla o anche solo limitarla significa burlarsi di Dio e dell’umanità. È l’unione tra religione e stato (o, ancora oggi, l’unione tra nazionalismo e stato oppure tra ateismo pratico di tipo capitalista o socialista e l’apparato statale) che è stata responsabile, in primo luogo, degli abusi più significativi in questo campo, sia nel passato sia ancora oggi. Tutte le religioni hanno il diritto di liberarsi da tali sistemi e di vincere completamente la resistenza di questi all’effettiva realizzazione della libertà religiosa.
Tutti gli uomini, siano essi cristiani o musulmani, sono tenuti a vivere in solidarietà con la propria comunità o gruppo religioso e a cercare la sua pace e prosperità, sia che si tratti della Umma, sia che si tratti della Chiesa o di un altro gruppo. Allo stesso tempo, è importante mostrare pieno rispetto per le libere decisioni prese in buona coscienza a riguardo della fede e dell’adesione religiosa. Il solo principio vincolante in questa sfera è quello di seguire la voce della propria coscienza, cioè della coscienza che è autenticamente alla ricerca della verità. Dio solo può saggiare e raddrizzare i cuori. La fede e la religione possono essere autentiche solo se le persone sono totalmente libere di sceglierle o rifiutarle. A noi tutti viene così presentata la sfida di continuare a ricercare la volontà di Dio.
Annotazioni:
1 Vedi Islamochristiana, (Roma), 9 (1983), 158-159. 2 Con la Dichiarazione sulla Libertà Religiosa: Dignitatis Humanae, del Concilio Vaticano II, la Chiesa Cattolica si è impegnata irreversibilmente a favore del principio della libertà religiosa nella società.
|